Mimmo Falco (*)
SERVITE IL SIGNORE NELLA GIOIA
Per una spiritualità dell’animatore della Liturgia



Introduzione

Il tema della "spiritualità dell'animatore musicale della liturgia" può apparire alquanto insolito. Quando parliamo di questo ministro, infatti, siamo soliti riferirci ai suoi compiti, dimenticando o dando per scontato il cammino che egli, come cristiano, è chiamato a percorrere. Non dobbiamo dimenticare, però, che l'animatore musicale è prima di tutto un credente e, proprio in virtù di questo, svolge il suo ministero. Non è quindi da trascurare l'aspetto spirituale di questa figura. A chi è disposto a seguirci in queste brevi riflessioni, soprattutto a chi è disposto a prendere in considerazione questo aspetto, diciamo subito che non troverà qui le "ricette" per un autentico cammino di fede. Qui troverà solo delle proposte di riflessione, delle semplici indicazioni . La propria disponibilità è premessa indispensabile per avviarsi su questa strada. Fino a quando considereremo la nostra fede come un fatto scontato, sarà molto difficile decidersi per il primo passo. Per chi lavora in parrocchia è facile credere che sia sufficiente il "fare" qualcosa di concreto, di pratico, come testimonianza della propria fede. Se siamo disposti a prendere in seria considerazione questa dimensione spirituale, penso che il primo passo da fare sia quello di chiedersi quale tipo di rapporto viviamo con il Signore e col suo Corpo che è la Chiesa. Se si tratta, cioè, di un rapporto che ci coinvolge o se, piuttosto, è un rapporto formale, a scadenze settimanali o, ancora, come quello che viviamo con persone che conosciamo ma con le quali non abbiamo alcunché da condividere, se non un semplice saluto. È un rischio che tutti corriamo e dal quale anche l'animatore deve difendersi. Infatti, può spesso accadere che la preoccupazione per gli aspetti strettamente tecnici del proprio ruolo, prevalga sull'attenzione all'esperienza di fede che si fa. Prima d'invitare l'assemblea a cantare, l'animatore deve avere già dentro di sé il desiderio di esprimere la lode al Signore. Questo desiderio è frutto di un rapporto profondo e costante con Lui. È l'esperienza di chi, come il Salmista, può dire al Signore: "Hai messo più gioia nel mio cuore di quando abbondano vino e frumento " (Sal 4,8). È la gioia incontenibile di chi sperimenta nella propria limitatezza la grandezza di Dio e giorno dopo giorno, è disposto a consumare tutte le sue energie perché questo rapporto non tramonti mai. Tutti siamo chiamati a vivere questo rapporto con il Signore alimentandolo con la preghiera e attraverso il compito che ci è affidato. Se cominceremo a preoccuparci non soltanto di cosa e come far cantare l'assemblea, ma anche e prima di tutto di come fare per vivere il nostro rapporto autentico con il Signore, saremo già a metà del cammino e l'essere animatori della liturgia sarà veramente un "servire il Signore nella gioia".

IL MINISTERO COME DONO

"Colui che aveva ricevuto cinque talenti, ne presentò altri cinque dicendo: Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque" (Mt 25,20 ) Nella I Lettera ai Corinzi, S. Paolo afferma: "Anche voi, poiché desiderate i doni dello Spirito, cercate di averne in abbondanza, per l'edificazione della comunità" (1 Cor 14,12). Egli precedentemente ha già parlato dei carismi e della loro utilità comune: "Vi sono poi diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversità di ministeri, ma uno solo è il Signore, vi sono diversità di operazioni, ma uno solo è Dio che opera tutto in tutti. E a ciascuno è data una manifestazione dello Spirito per l'utilità comune" (1 Cor 12,4-7). Quello che qui risalta è il rapporto dono (carisma)-comunità. Ad ogni cristiano lo Spirito elargisce i suoi doni, ma questi devono essere messi a disposizione degli altri. Chi svolge un compito nella comunità deve prendere coscienza del proprio servizio non come una "concessione benevola" fatta alla comunità, bensì come un dono dello Spirito che egli ha ricevuto e mette a disposizione di tutti. Questo è vero anche per l'animatore musicale. La competenza di chi ha il compito dell'animazione musicale, non deriva esclusivamente dalle capacità tecniche, ma è prima di tutto "dono". "È Dio infatti che suscita in voi il volere e l'operare secondo i suoi benevoli disegni" (Fil 2,13). Questa consapevolezza deve tradursi necessariamente in un atteggiamento umile e disponibile verso la comunità. Nella Lumen Gentium (LG) si afferma che Cristo "nel suo corpo, che è la Chiesa, continuamente dispensa i doni dei ministeri, grazie ai quali, per sua virtù, noi ci rendiamo vicendevole servizio in ordine alla salvezza, affinché facendo la verità nella carità noi andiamo in tutte le cose crescendo verso colui che è il nostro capo" (LG 7). Come tutti i "doni dei ministeri", anche quello dell'animatore musicale, che è un ministero di fatto, è messo a disposizione della Chiesa perché cresca verso Colui che è il suo Capo. È un dono per l'utilità comune che contribuisce al raggiungimento della salvezza: l'animatore deve accoglierlo con gratitudine e con gioia. Ogni dono, secondo la parabola dei talenti (cf. Mt 25,14-30), è da far fruttificare. Se il dono dell'animatore musicale è la sua competenza musicale, farlo fruttificare significa prima di tutto crescere netta santità e poi nella tecnica. Sempre nella LG leggiamo: "Muniti di tanti e così mirabili mezzi di salvezza, tutti i fedeli di ogni stato e condizione sono chiamati dal Signore, ognuno per la sua via, a quella perfezione di santità di cui è perfetto il Padre celeste" (LG 11). Ogni cristiano è chiamato a progredire nella fede. Ma questo progresso avviene nel luogo e con i mezzi propri di ciascuno. È un progresso che parte dalla situazione concreta di ciascuno e si serve dei mezzi di cui si dispone. Il ministro del canto per crescere nella santità potrà attingere alla stessa celebrazione nella quale è coinvolto come ministro, "vivendo" prima di tutto per sé la preparazione alla stessa, cercando di tradurre in stile di vita quanto essa celebra, prega e canta. L'esortazione di Giacomo vale anche nel nostro caso: "Siate di quelli che mettono in pratica la parola e non soltanto ascoltatori, illudendo voi stessi" (Gc 1,22).

Ogni preparazione alla Celebrazione deve diventare per l'animatore occasione di meditazione e di preghiera personale. Non si può fare una scelta di canti a tavolino con lo stesso spirito di chi organizza un recital o una rassegna canora. Né si può guidare un'assemblea con l'atteggiamento di un direttore d'orchestra. Lo stile col quale l'animatore svolge il suo ministero, la serietà e la perseveranza nel proprio impegno, l'atteggiamento autorevole (e non autoritario!) verso il coro e l'assemblea, la scelta sapiente dei canti, la sua competenza, sono tutte qualità che egli deve cercare di raggiungere e perfezionare ogni giorno. Questo è frutto di studio, ma prima ancora, di preghiera. In questo impegno a far fruttificare il proprio dono, è importante anche la parte tecnica. Non si può dare per scontato, o peggio ancora, per superfluo, l'impegno per un progresso tecnico: lo studio diventa impegno spirituale quando a motivarlo è il servizio ecclesiale. Perfezionare le proprie capacità tecniche e approfondire la propria competenza, rappresenta l'impegno concreto a far fruttificare il proprio "talento". Questo, inoltre, permette di svolgere con "professionalità" il proprio compito. Crescita spirituale e crescita tecnica si armonizzano a vicenda: l’una sostiene l'altra. Un animatore, consapevole di tale realtà e impegnato in questa direzione, diventa veramente testimone della propria fede ed esempio di servizio competente. Questa coscienza piuttosto che dargli motivo d'ambizione, lo aiuterà a sentirsi membro vivo della sua comunità, in un atteggiamento di totale gratitudine e disponibilità nei confronti del Signore che lo ha chiamato e della comunità che ha riconosciuto ed accolto il suo carisma.

LA LITURGIA FONTE DI SPIRITUALITÀ

"Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale" .(Rom 12,1). Diventa indispensabile, a questo punto, parlare della celebrazione liturgica, perché essa è il "luogo" in cui l'animatore esercita il suo ministero. Diciamo innanzitutto che il rapporto animatore-celebrazione non è un rapporto "tecnico", ma un rapporto vitale che esige primariamente un atteggiamento di fede. L'animatore, prima ancora che come tecnico, è coinvolto come cristiano e come tale deve porsi nei confronti della liturgia. Da parte sua, quindi, è richiesta una comprensione approfondita della realtà liturgica. Solo conoscendone il vero senso egli potrà attingerne tutta la ricchezza e alimentare così la sua fede; scoprirà poi le esigenze della stessa celebrazione che lo spingeranno a crescere nella competenza tecnica in modo da poter dare il proprio contributo perché anche la sua comunità possa vivere in maniera autentica il mistero che celebra. Non si tratta solo di conoscere la struttura della Messa, anch'essa importante, ma di entrare con lo studio, la riflessione e la preghiera, nella vera natura di ogni celebrazione liturgica. Questo gli permetterà anche di comprendere meglio il proprio ruolo. Si tratta allora di abbandonare prima di tutto il pregiudizio che vede la celebrazione liturgica come"cerimonia". Un aiuto non indifferente a questa comprensione della liturgia, l'animatore potrà trovarlo in un documento che, per la sua importanza richiede molto di più di una semplice lettura. È il documento del Vaticano II sulla liturgia, la Sacrosanctum Concilium (SC). Promulgando questo documento Paolo VI ebbe a dire come la liturgia sia “prima fonte della vita divina a noi comunicata, prima scuola della nostra vita spirituale” (1). La liturgia è dunque, evento dì salvezza in quanto ogni volta che i fedeli si ritrovano come comunità orante, essi si scontrano attorno alla presenza del Risorto e da Lui ricevono il dono detta salvezza. Infatti, "Cristo è sempre presente nella sua Chiesa, in modo speciale nelle azioni liturgiche" (SC 7).È un evento dì salvezza perché nella celebrazione si realizza l'incontro salvifico del fedele con il Mistero della Redenzione che il Signore ha compiuto con la sua Morte e Risurrezione. La liturgia eucaristica, poi, sintetizza tutta la storia della Salvezza. Nella sua Morte e Risurrezione, che insieme costituiscono il Mistero Pasquale, Cristo non solo ha riconciliato il mondo al Padre, ma ha dato agli uomini la pienezza del culto divino. La liturgia è quindi la continuazione e, nello stesso tempo, l'attuazione del culto perfetto che Cristo netta sua umanità ha donato al Padre (cfr SC 5). Ecco perché la SC può affermare che "ogni celebrazione liturgica, in quanto opera di Cristo sacerdote e del suo corpo che è la chiesa, è azione sacra per eccellenza, e nessun’altra azione della Chiesa ne uguaglia l'efficacia allo stesso titolo e allo stesso grado" (SC 7). Dopo simili affermazioni continuare a considerare la liturgia come puro fatto rituali-stico, significa non solo non averne compreso la vera natura, ma anche non essere in sintonia con l'atteggiamento della Chiesa a tale riguardo. "Ogni celebrazione liturgica è infatti una festa nuziale" dice S. Agostino, "la festa delle nozze della Chiesa". E aggiunge: "Coloro che nella Chiesa assistono alle celebrazioni liturgiche, se vi partecipano bene, diventano la sposa, a differenza di quanto succede nelle nozze carnali, dove quelli che assistono sono diversi da colei che si sposa. Tutta la Chiesa, infatti, è sposa di Cristo" (2).In questa visione poetica, ma reale della celebrazione, l'animatore musicale può scorgervi il proprio ruolo. Se come cristiano rientra nella persona della "sposa", come ministro del canto egli è colui che pone sulla bocca della Sposa il canto per il suo Sposo. Premessa indispensabile quindi per la comprensione del senso autentico del proprio ruolo è la comprensione del senso autentico della liturgia. Questo vale soprattutto per gli animatori "occasionali", coinvolti solo perché conoscono la musica o sanno suonare uno strumento. È difficile per loro sentirsi coinvolti. Essi pensano che basti un canto un po' più vivace o orecchiabile per rendere più viva e partecipata una celebrazione o, peggio ancora, sono convinti che il loro compito sia proprio quello dei "giullari di corte": evitare che la celebrazione annoi l'assemblea. Tantomeno sono da lodare quelli che limitano il proprio ruolo alla scelta dei canti o pensano che la preparazione immediata alla Messa si risolva nell'insegnare i canti all'assemblea. È necessaria, invece, prima di tutto, una preparazione personale che non si riduca all'aspetto tecnico, ma prenda in considerazione il tempo liturgico, le letture, le preghiere. In questo modo anche la scelta dei canti si fa più esigente e più sapiente. Se l'animatore, con la riflessione personale e la preghiera, saprà entrare nell'"oggi" della celebrazione attraverso gli elementi che la stessa liturgia gli for-nisce, certamente non si accontenterà dei primi canti che gli capiteranno sotto mano, ma valuterà e sceglierà con molta più attenzione e capacità. Soprattutto valuterà se i canti sono degni del Mistero che si celebra perché, come afferma Padre Magrassi: "Una liturgia non si commisura solo all'assemblea concreta; si commisura al Mistero che ci trascende, che non abbiamo mai finito di capire e di vivere. Si commisura alla fede della Chiesa, alla quale ognuno partecipa in una misura mai sufficiente". E conclude con un'affermazione dalla quale chiunque sia impegnato nell'ambito liturgico dovrebbe lasciarsi ispirare: "La liturgia è per noi, ma non può rassegnarsi a essere come noi" (3). I nostri orecchi sono testimoni di quante volte i canti avviliscono la preghiera sia per i loro testi, sia per la musica. Se il canto deve diventare preghiera della Chiesa deve diventartarlo prima di tutto per chi lo ha scelto e lo propone. L'animatore per primo deve poter raccogliere i frutti della sua scelta. Scelta non guidata dalla moda o dal criterio dell'orecchiabilità, ma scelta fatta con il cuore di chi crede. Una maggiore comprensione della liturgia, preceduta da una adeguata e attenta riflessione, che si traduce in preghiera, certamente contribuirà ad una animazione più vera e più efficace perché l'animatore in questo modo, con il suo gesto e il suo intervento, saprà coinvolgere l'assemblea verso ima maggiore e più attiva partecipazione.

AMARE LA COMUNITÀ PER SERVIRLA "Quindi anche voi, poiché desiderate i doni dello Spirito, cercate di averne in abbondanza, per l'edificazione della Comunità". (1Cor 14,12) Abbiamo già visto come il servizio che l'animatore musicale svolge nella sua comunità costituisce un carisma, cioè un dono fatto al cristiano per l’ utilità comune. Non possiamo, quindi, fare a meno di soffermarci sul rapporto che lega questo ministro alla comunità. Parlando di animazione musicale viene spontaneo pensare al rapporto domenicale: è il ministro del canto che ha di fronte a sé l'assemblea liturgica. È naturale per noi pensare a questa assemblea come ad un insieme anonimo di persone che settimanalmente s'incontrano, per poi disperdersi e ritrovarsi la domenica successiva. Nonostante questo, occorre, con sguardo sapiente, scoprire, al di là delle apparenze, l'evento, il mistero, di un'assemblea che pur nel suo limite, nel momento in cui si raccoglie per ascoltare la stessa Parola e condividere lo stesso Pane, diventa Chiesa, Popolo di Dio, Corpo di Cristo, Tempio dello Spirito. "La Chiesa che vive e si realizza innanzitutto quando si raccoglie in assemblea convocata dal Risorto e riunita dal suo Spirito. Una comunità riunita nella fede e nella carità. Il primo sacramento della presenza del Signore in mezzo ai suoi" (4).

Sappiamo che non tutti i membri dell'assemblea hanno consapevolezza di questa verità e non rientra nel compito specifico dell'animatore musicale educare l'assemblea al senso dell’"essere Chiesa". Egli però, deve avere questa coscienza e dare il suo contributo a che essa si sviluppi nelle persone anche attraverso il suo ministero. È importante che l'animatore abbia la consapevolezza di avere di fronte non un'assemblea qualsiasi, ma una comunità che prega e che, nel suo radunarsi, manifesta la Chiesa. Il ministro del canto è colui che aiuta la sua comunità ad essere autentica quando prega Dio perché nel cuore della Chiesa "prorompa il cantico dei liberati nella Pasqua del tuo Figlio" (dalla Liturgia). Il rapporto ministro-assemblea non deve essere ridotto ad un fatto funzionale alla celebrazione, ma deve essere collocato nell'ampio respiro del servizio ecclesiale teso atta crescita del Corpo di Cristo. Questa consapevolezza è indispensabile a chiunque svolga un ministero nella Chiesa, altrimenti, il rischio può essere quello di ridursi a dei semplici "impiegati parrocchiali", con il proprio ufficio e il proprio orario di lavoro. Sappiamo infatti, che talvolta l'animatore è una persona di "buona volontà" invitato in Parrocchia per le sue doti musicali. Se costui svolge il suo compito nella convinzione di fare un favore a qualcuno nella comunità, difficilmente sperimenterà qualche legame con essa, né si porrà il problema. Afferma S. Paolo: "Ora voi siete corpo di Cristo e sue membra, ciascuno per la sua parte" (1 Cor 12,27). L'esperienza familiare ci è maestra in questo: ogni membro è chiamato a dare il suo contributo per il bene della famiglia e lo fa volentieri perché ama la sua famiglia. Così è nella chiesa. Qui, il ministro del canto, come membro della sua comunità, deve vivere e agire con spirito di fraternità, secondo l'insegnamento della I Lettera di Pietro: "siate tutti concordi, partecipi delle gioie e dei dolori degli altri, animati da affetto fraterno, misericordiosi, umili" (1 Pt 3,8). Se non s'impara ad amare la propria comunità non la si può servire. Siamo testimoni del nostro impegno quando offriamo un servizio a qualcuno che amiamo. Amare la Chiesa è amare Cristo stesso che ha dato la sua vita per lei. Amare la Chiesa significa amare la propria comunità perché essa è l'esperienza concreta di Chiesa che noi facciamo. Educarsi al senso di Chiesa, quindi, significa sentirsi parte integrante della propria comunità parrocchiale. Se non ci si sente parte viva della comunità (che non si riduce al gruppo cui si appartiene), sarà molto difficile sentirsi parte della Chiesa diocesana e, attraverso essa, membro della Chiesa universale. Comprendere e soprattutto vivere questa dimensione, significa per l'animatore porsi nei confronti dell'assemblea liturgica in un atteggiamento di totale disponibilità e gratitudine perché se sì è ministri del canto lo sì è per la comunità. È lei che riconosce il carisma e permette di esercitare il proprio ministero. Amare la comunità significa anche conoscere, non tanto le persone singolarmente, cosa forse impossibile, ma rendersi conto delle sue caratteristiche, del suo modo di celebrare, del tipo di coinvolgimento. Questo favorisce un servizio d'animazione che non costringe, ma sa adattarsi alle condizioni concrete che la comunità pone, che sa rispettare la partecipazione dei fedeli, senza imporre i propri gusti. Un ministro che conosce e ama la sua comunità è inevitabilmente stimolato da essa a crescere e a impegnare tutte le sue risorse perché anche la comunità cresca e sappia riconoscersi come Chiesa orante che, animata dallo Spirito di Dio, canta le sue meraviglie "nel suo peregrinare verso il Regno" (dalla Liturgia). Il rapporto domenicale non sarà più un incontro occasionale tra l'animatore e l'assemblea, ma l'espressione di una esperienza molto più profonda. Quella che ogni domenica è davanti ai miei occhi non è un'assemblea qualsiasi: è la Chiesa che con me prega e canta il suo Signore. Conclusione Al termine di queste brevi riflessioni, la conclusione non può che essere un augurio: vedere fiorire nelle nostre comunità ministri del canto che sono tali non solo per il tipo di servizio che svolgono, ma per la capacità di comunicare attraverso il canto, la propria esperienza. D'altra parte, questo piccolo contributo alla riflessione non ha alcuna pretesa se non quella di affermare che una "buona" animazione presuppone un"bravo" animatore, "bravo" non solo per le sue capacità tecniche, ma soprattutto per la testimonianza cristiana che egli sa dare. Testimonianza di chi può e sa comunicare agli altri quanto egli ha già sperimentato: la gioia di aver incontrato il Signore sul suo cammino. Il canto diventa così proclamazione delle meraviglie che il Signore ha compiuto e continua a compiere nella vita di ognuno. È il canto della Sposa che, animata dallo Spirito, dice al suo Sposo "Vieni!" (Ap 22,17).

(*) sacerdote, direttore dell'Ufficio Liturgico Nazionale della Conferenza Episcopale Italiana

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Note


(1) PAOLO VI, Discorso a chiusura del 2° periodo del Concilio, in data 4.12.63, in Enchiridion Vaticanum;EDB, Bologna, voi. I, p. 127.
(2) S. AGOSTINO, Epistola 1 Giovanni-Omelia 2, 2; ed. Città Nuova, Roma 1968, pp. 16661667.
(3) M. MAGRASSI, Vivere la liturgia, ed. La Scala, Noci 1978, p. 272.
(4) CEI, Il giorno del Signore, nota pastorale, II, 9. Dal testo MIMMO FALCO, Servite il Signore. Per una spiritualità dell’animatore musicale della Liturgia, Progetto Vallisa, Bari 1990.


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