ORDINAMENTO GENERALE DEL
MESSALE ROMANO

Sommario:


INTRODUZIONE

INDICE GENERALE

PROEMIO

I - IMPORTANZA E DIGNITÁ DELLA CELEBRAZIONE EUCARISTIA

II - STRUTTURA, ELEMENTI E PARTI DELLA MESSA

III - UFFICI E MINISTERI NELLA MESSA

IV - DIVERSE FORME DI CELEBRAZIONE DELLA MESSA

V - DISPOSIZIONE E ARREDAMENTO DELLE CHIESE
PER LA CELEBRAZIONE DELLA EUCARISTIA

VI - COSE NECESSARIE PER LA CELEBRAZIONE DELLA MESSA

VII - LA SCELTA DELLE PARTI DELLA MESSA

VIII - MESSE E ORAZIONI PER DIVERSE CIRCOSTANZE E MESSE PER I DEFUNTI

IX - GLI ADATTAMENTI CHE COMPETONO
AI VESCOVI DIOCESANI E ALLE CONFERENZE EPISCOPALI


* * *

 

 

 


INTRODUZIONE


La presente pubblicazione contiene l' «Ordinamento Generale del Messale Romano» secondo la terza edizione tipica, promulgata il 20 aprile 2000.

Il testo ha ottenuto l'approvazione della Sede Apostolica con decreto N. 288/03/L del 25 gennaio 2004.

Concorda con l'originale approvato,
Roma, 4 marzo 2004

Camillo Card. Ruini
Vicario Generale di Sua Santità
per la diocesi di Roma
Presidente della Conferenza Episcopale Italiana


________________________________________


CONGREGATIO DE CULTU DIVINO
ET DISCIPLINA SACRAMENTORUM


Prot. N. 288/03/L



ITALIÆ

Instante Eminentissimo Domino Camillo Card. Ruini, Praeside Conferentiae Episcoporum Italiae, litteris die 23 mensis ianuarii 2003 datis, vigore facultatum huic Congregationi a Summo Pontifice IOANNE PAULO II tributarum, textum italicum Institutionis Generalis Missalis Romani, prout in adiecto exstat exemplari, perlibenter, donec aliter provideatur, probamus seu confirmamus.

In textu imprimendo mentio fiat de approbatione seu confirmatione ab Apostolica Sede concessa.

Eiusdem insuper textus impressi duo exemplaria ad hanc Congregationem transmittantur.

Contrariis quibuslibet obstantibus.

Ex aedibus Congregationis de Cultu Divino et Disciplina Sacramentorum, die 25 mensis ianuarii 2004, in festo conversionis S. Pauli, apostoli.


FRANCISCUS CARD. ARINZE
Praefectus

+ DOMINICUS SORRENTINO
Archiepiscopus a Secretis
PROEMIO

1. Cristo Signore, desiderando celebrare con i suoi discepoli il banchetto pasquale, nel quale istituì il sacrificio del suo Corpo e del suo Sangue, ordinò di preparare una sala grande e addobbata (Lc 22,12). La Chiesa, quando dettava le norme per preparare gli animi, disporre i luoghi, fissare i riti e scegliere i testi per la celebrazione dell'Eucaristia, ha perciò sempre considerato quest'ordine come rivolto a se stessa.
Allo stesso modo le presenti norme, stabilite in base alle decisioni del Concilio Ecumenico Vaticano II, come anche il nuovo Messale, che d'ora in poi la Chiesa di Rito romano utilizzerà per celebrare la Messa, sono una prova di questa sollecitudine della Chiesa, della sua fede e del suo amore immutato verso il grande mistero eucaristico, e testimoniano la sua continua e ininterrotta tradizione, nonostante siano state introdotte alcune novità.


TESTIMONIANZA DI UNA FEDE IMMUTATA

2. La natura sacrificale della Messa, solennemente affermata dal Concilio di Trento, in armonia con tutta la tradizione della Chiesal, è stata riaffermata dal Concilio Vaticano II, che ha pronunciato, a proposito della Messa, queste significative parole: «Il nostro Salvatore nell'ultima Cena... istituì il sacrificio eucaristico del suo Corpo e del suo Sangue, al fine di perpetuare nei secoli, fino al suo ritorno, il sacrificio della croce, e di affidare così alla sua diletta sposa, la Chiesa, il memoriale della sua morte e risurrezione»2.
Questo stesso insegnamento del Concilio si ritrova costantemente nelle formule della Messa. Tale dottrina infatti, enunciata con precisione in questo testo dell'antico Sacramentario detto Leoniano: «ogni volta che celebriamo il memoriale di questo sacrificio, si compie l'opera della nostra redenzione»3, è sviluppata con chiarezza e con cura nelle Preghiere eucaristiche: in queste Preghiere, quando il sacerdote fa l'anamnesi, rivolgendosi a Dio in nome di tutto il popolo, gli rende grazie e gli offre il sacrificio vivo, santo, cioè l'oblazione della Chiesa e la vittima immolata per la nostra redenzione4, e prega perché il Corpo e il Sangue di Cristo siano un sacrificio accetto al Padre per la salvezza del mondo intero5.
Così, nel nuovo Messale, la norma della preghiera (lex orandi) della Chiesa corrisponde alla sua costante regola di fede (lex credendi); questa ci dice che, fatta eccezione per il modo di offrire, che è differente, vi è piena identità tra il sacrificio della croce e la sua rinnovazione sacramentale nella Messa, che Cristo Signore ha istituito nell'ultima Cena e ha ordinato agli Apostoli di celebrare in memoria di lui. Ne consegue che la Messa è insieme sacrificio di lode, d'azione di grazie, di propiziazione e di espiazione.

3. Anche il mistero mirabile della presenza reale del Signore sotto le specie eucaristiche è affermato dal Concilio Vaticano II6 e dagli altri documenti del magistero della Chiesa7, nel medesimo senso e con la medesima dottrina con cui il Concilio di Trento l'aveva proposto alla nostra fede8. Nella celebrazione della Messa, questo mistero è posto in luce non soltanto dalle parole stesse della consacrazione, che rendono Cristo presente per mezzo della transustanziazione, ma anche dal senso e dall' espressione esteriore di sommo rispetto e di adorazione di cui è fatto oggetto nel corso della Liturgia eucaristica. Per lo stesso motivo, il Giovedì santo, nella celebrazione della Cena del Signore, e nella solennità del Corpo e del Sangue del Signore, il popolo cristiano è chiamato a onorare in modo particolare, con l'adorazione, questo mirabile sacramento.

4. La natura del sacerdozio ministeriale, che è proprio del Vescovo e del presbitero, in quanto offrono il sacrificio nella persona di Cristo e presiedono l'assemblea del popolo santo, è posta in luce, nella forma stessa del rito, dal posto eminente del sacerdote e dalla sua funzione. I compiti di questa funzione sono indicati e ribaditi con molta chiarezza nel prefazio della Messa crismale del Giovedì santo, giorno in cui si commemora l'istituzione del sacerdozio. Il testo sottolinea la potestà sacerdotale conferita per mezzo dell'imposizione delle mani e descrive questa medesima potestà enumerandone tutti gli uffici: è la continuazione della potestà sacerdotale di Cristo, Sommo Sacerdote della Nuova Alleanza.

5. Questa natura del sacerdozio ministeriale mette a sua volta nella giusta luce un'altra realtà di grande importanza: il sacerdozio regale dei fedeli, il cui sacrificio spirituale raggiunge la sua piena realizzazione attraverso il ministero del Vescovo e dei presbiteri, in unione con il sacrificio di Cristo, unico Mediatore9. La celebrazione dell'Eucaristia è infatti azione di tutta la Chiesa. In essa ciascuno compie soltanto, ma integralmente, quello che gli compete, tenuto conto del posto che occupa nel popolo di Dio. È il motivo per cui si presta ora maggiore attenzione a certi aspetti della celebrazione che, nel corso dei secoli, erano stati talvolta alquanto trascurati. Questo popolo è il popolo di Dio, acquistato dal Sangue di Cristo, radunato dal Signore, nutrito con la sua Parola; popolo la cui vocazione è di far salire verso Dio le preghiere di tutta la famiglia umana; popolo che, in Cristo, rende grazie per il mistero della salvezza, offrendo il suo Sacrificio; popolo infine che, per mezzo della Comunione al Corpo e al Sangue di Cristo, rafforza la sua unità. Questo popolo è già santo per la sua origine; ma in forza della sua partecipazione consapevole, attiva e fruttuosa al mistero eucaristico, progredisce continuamente in santitàl0.


PROVA DI UNA TRADIZIONE ININTERROTTA

6. Nell'enunciare le norme per la revisione del rito della Messa, il Concilio Vaticano II ha ordinato, tra l'altro, che certi riti venissero «riportati all'antica tradizione dei santi Padri»11: sono le stesse parole usate da san Pio V nella costituzione apostolica Quo primum, con la quale nel 1570 promulgava il Messale di Trento. Anche da questa corrispondenza testuale è facile rilevare come i due Messali romani, benché separati da quattro secoli, conservino una medesima e identica tradizione. Se poi si tengono presenti gli elementi profondi di tale tradizione, non è difficile rendersi conto come il secondo Messale completi egregiamente il primo.

7. In tempi davvero difficili, nei quali la fede cattolica era stata messa in pericolo circa la natura sacrificale della Messa, il sacerdozio ministeriale, la presenza reale e permanente di Cristo sotto le specie eucaristiche, a san Pio V premeva anzitutto salvaguardare una tradizione relativamente recente ingiustamente attaccata, introducendo meno cambiamenti possibili nel sacro rito. E in verità, il Messale del 1570 si differenzia ben poco dal primo Messale stampato nel 1474; e questo, a sua volta, riprende fedelmente il Messale del tempo di Innocenzo III. Inoltre i manoscritti della Biblioteca Vaticana, anche se avevano permesso di adottare in certi casi delle lezioni migliori, non consentirono, in quella diligente ricerca di «antichi autori degni di fede», di andare al di là di quanto s'era fatto con i commentari liturgici del Medioevo.

8. Oggi, invece, questa «tradizione dei santi Padri», tenuta presente dai revisori responsabili del Messale di san Pio V, si è arricchita di innumerevoli studi di eruditi. Dopo la prima edizione del Sacramentario detto Gregoriano nel 1571, gli antichi sacramentari romani e ambrosiani sono stati oggetto di numerose edizioni critiche; lo stesso si dica degli antichi libri liturgici ispanici e gallicani, che hanno fatto riscoprire un buon numero di preghiere fino allora sconosciute, ma di non poca importanza sotto l'aspetto spirituale.
Le tradizioni dei primi secoli, anteriori alla formazione dei riti d' Oriente e d' Occidente, sono ora meglio conosciute, grazie alla scoperta di un buon numero di documenti liturgici.
Inoltre, il progresso degli studi patristici ha permesso di approfondire la teologia del mistero eucaristico attraverso l'insegnamento di Padri eminenti nell' antichità cristiana, come sant'Ireneo, sant' Ambrogio, san Cirillo di Gerusalemme, san Giovanni Crisostomo.

9. La «tradizione dei santi Padri» esige dunque che non solo si conservi la tradizione trasmessa dai nostri predecessori immediati, ma che si tenga presente e si approfondisca fin dalle origini tutto il passato della Chiesa e si faccia un' accurata indagine sui modi molteplici con cui l'unica fede si è manifestata in forme di cultura umana e profana così diverse tra loro, quali erano quelle in uso nelle regioni abitate da Semiti, Greci e Latini. Questo approfondimento più vasto ci permette di constatare come lo Spirito Santo accordi al popolo di Dio un'ammirevole fedeltà nel conservare immutato il deposito della fede, per quanto varie siano le preghiere e i riti.


ADATTAMENTO ALLE NUOVE CONDIZIONI

10. Il nuovo Messale, mentre attesta la norma della preghiera della Chiesa romana e salvaguarda il deposito della fede trasmesso dai recenti Concili, segna a sua volta una tappa di grande importanza nella tradizione liturgica.
Quando i Padri del Concilio Vaticano II ripresero le formulazioni dogmatiche del Concilio di Trento, le loro parole risuonarono in un' epoca ben diversa nella vita del mondo. Per questo in campo pastorale essi hanno potuto dare suggerimenti e consigli che sarebbero stati impensabili quattro secoli prima.

11. Il Concilio di Trento aveva già riconosciuto il grande valore catechistico contenuto nella celebrazione della Messa, ma non poteva trarne tutte le conseguenze pratiche. In realtà molti chiedevano che venisse concesso l'uso della lingua volgare nella celebrazione del sacrificio eucaristico. Ma dinanzi a tale richiesta il Concilio, considerate le circostanze di allora, riteneva suo dovere riaffermare la dottrina tradizionale della Chiesa, secondo la quale il sacrificio eucaristico è anzitutto azione di Cristo stesso: ne consegue che la sua efficacia non dipende affatto da come vi partecipano i fedeli. Ecco perché si espresse con queste parole decise e insieme misurate: «Benché la Messa contenga un ricco insegnamento per il popolo dei fedeli, i Padri non hanno ritenuto opportuno che venga celebrata indistintamente in lingua volgare»12. E condannò chi osasse affermare che «non si deve ammettere il rito della Chiesa romana, in forza del quale una parte del canone e le parole della consacrazione vengono dette a bassa voce; o che la Messa si deve celebrare soltanto in lingua volgare»13. Nondimeno, se da una parte proibì l'uso della lingua parlata nella Messa dall' altra ordinò ai pastori di supplirvi con un' opportuna catechesi: «Perché il gregge di Cristo non soffra la fame... il santo Concilio ordina ai pastori e a tutti quelli che hanno cura d'anime di soffermarsi frequentemente, nel corso della celebrazione della Messa, o personalmente o per mezzo di altri, su questo o quel testo della Messa, e di spiegare, tra le altre cose, il mistero di questo santissimo Sacrificio specialmente nelle domeniche e nei giorni festivi»14.

12. Convocato perché la Chiesa adattasse ai nostri tempi i compiti della sua missione apostolica, il Concilio Vaticano II ha, come quello di Trento, esaminato profondamente la natura didattica e pastorale della Liturgia15. E poiché non v'è ormai nessun cattolico che neghi la legittimità e l'efficacia del rito compiuto in lingua latina, il Concilio ha ammesso senza difficoltà che «l'uso della lingua parlata può riuscire spesso di grande utilità per il popolo» e l'ha quindi autorizzatal6. L'entusiasmo con cui questa decisione è stata dovunque accolta, ha portato, sotto la guida dei Vescovi e della stessa Sede Apostolica, alla concessione che tutte le celebrazioni liturgiche con partecipazione di popolo si possono fare in lingua viva, per rendere più facile la piena intelligenza del mistero celebrato.

13. Tuttavia, poiché l'uso della lingua parlata nella sacra Liturgia è soltanto uno strumento, anche se molto importante, per esprimere più chiaramente la catechesi del mistero contenuto nella celebrazione, il Concilio Vaticano II ha insistito perché si mettessero in pratica certe prescrizioni del Concilio di Trento che non erano state dovunque osservate, come il dovere di fare l'omelia nelle domeniche e nei giorni festivi17; e la possibilità di intercalare ai riti determinate monizioni18. Soprattutto, però, il Concilio Vaticano II, nel consigliare «quella partecipazione perfetta alla Messa, per la quale i fedeli, dopo la Comunione del sacerdote, ricevono il Corpo del Signore dal medesimo sacrificio»19, ha portato al compimento di un altro voto dei Padri tridentini, che, cioè, per partecipare più pienamente all'Eucaristia, «nelle singole Messe i presenti si comunicassero non solo con l'intimo fervore dell'anima, ma anche con la recezione sacramentale dell'Eucaristia»20.

14. Mosso dal medesimo spirito e dallo stesso zelo pastorale, il Concilio Vaticano II ha potuto riesaminare le decisioni di Trento a proposito della Comunione sotto le due specie. Poiché attualmente nessuno mette in dubbio i principi dottrinali sul pieno valore della Comunione sotto la sola specie del pane, il Concilio ha permesso in alcuni casi la Comunione sotto le due specie, con la quale, grazie alla forma più chiara del segno sacramentale, si ha modo di penetrare più profondamente il mistero al quale i fedeli partecipano21.

15. In questo modo, mentre la Chiesa rimane fedele al suo compito di maestra di verità, conservando «le cose vecchie» cioè il deposito della tradizione, assolve pure il suo compito di esaminare e adottare con prudenza «le cose nuove» (Cf. Mt 13,52). Una parte del nuovo Messale adegua più visibilmente le preghiere della Chiesa ai bisogni del nostro tempo. Tali sono specialmente le Messe rituali e quelle per varie necessità, nelle quali si fondono felicemente tradizione e novità. Pertanto, mentre sono rimaste intatte molte espressioni attinte alla più antica tradizione della Chiesa e rese familiari dallo stesso Messale Romano nelle sue varie edizioni, molte altre sono state adattate alle esigenze e alle condizioni attuali. Altre infine, come le orazioni per la Chiesa, per i laici, per la santificazione del lavoro umano, per l'unione di tutti i popoli e per certe necessità proprie del nostro tempo, sono state interamente composte ex novo, traendo i pensieri e spesso anche i termini dai recenti documenti conciliari.
Così pure, in vista di una presa di coscienza della situazione nuova del mondo contemporaneo, è sembrato che non si recasse offesa alcuna al venerabile tesoro della tradizione, modificando alcune espressioni dei testi antichi, allo scopo di meglio armonizzare la lingua con quella della teologia attuale e perché esprimessero in verità la presente situazione della disciplina della Chiesa. Per questo motivo sono stati cambiati alcuni modi di esprimersi, che risentivano di una certa mentalità sull' apprezzamento e sull'uso dei beni terrestri, e altri ancora che mettevano in rilievo una forma di penitenza esteriore propria della Chiesa di altri tempi.
Le norme liturgiche del Concilio di Trento sono state, dunque, su molti punti, completate e integrate dalle norme del Concilio Vaticano II; il Concilio ha così condotto a termine gli sforzi fatti per accostare i fedeli alla Liturgia, sforzi condotti per quattro secoli e con più intensità in un' epoca recente, grazie soprattutto allo zelo liturgico promosso da san Pio X e dai suoi successori.



1 CONC. ECUM. TRIDENTINO, Sess. XXII, 17 settembre 1562, Denz.-Schönm. 1738-1759.
2 CONC. ECUM. VATICANO II, Costituzione sulla sacra Liturgia, Sacrosanctum Concilium, n. 47; Costituzione dogmatica sulla Chiesa, Lumen Gentium, nn. 3,28; Decreto sulla vita e sul ministero sacerdotale, Presbyterorum Ordinis, nn. 2,4, 5.
3 Messa vespertina «Nella Cena del Signore», orazione sulle offerte. Cf. Sacramentarium Veronense, ed. L. C. Mohlberg, n. 93.
4 Cf. Preghiera eucaristica III.
5 Cf. Preghiera eucaristica IV.
6 CONC. ECUM. VATICANO II, Costituzione sulla sacra Liturgia, Sacrosanctum Concilium, nn. 7, 47; Decreto sulla vita e sul ministero sacerdotale, Presbyterorum Ordinis, nn. 5, 18.
7 Cf. Pio XII, Lett. enc. Humani generis, 12 agosto 1950: AAS 42 (1950) 570-571; PAOLO VI, Lett. enc. Mysterium fidei, 3 settembre 1965: AAS 57 (1965) 762-769; Solenne professione di fede, 3 giugno 1968, nn. 24-26: AAS 60 (1968) 442-443; SACRA CONGREGAZIONE DEI RITI, Istruzione Eucharisticum mysterium, 25 maggio 1967, nn. 3f, 9: AAS 59 (1967) 543, 547.
8 CONC. ECUM. TRIDENTINO, Sess. XIII, 11 ottobre 1551, Denz.-Schönm. 1635-1661.
9 CONC. ECUM. VATICANO II, Decreto sulla vita e sul ministero sacerdotale, Presbyterorum Ordinis, n. 2.
l0 CONC. ECUM. VATICANO II, Costituzione sulla sacra Liturgia, Sacrosanctum Concilium, n. 11.
11 lbidem, n. 50.
12 CONC. ECUM. TRIDENTINO, Sess. XXII, Dottrina sul santissimo sacrificio della Messa, cap. 8, Denz.-Schönn 1749.
13 lbidem, can. 9, Denz.-Schönm. 1759.
14 lbidem, cap. 8, Denz.-Schönm. 1749.
15 CONC. ECUM. VATICANO II, Costituzione sulla sacra Liturgia, Sacrosanctum Concilium, n. 33.
16 lbidem, n. 36.
17 Cf. ibidem, n. 52.
18 Cf. ibidem, n. 35, § 3.
19 Ibidem, n. 55.
20 CONC. ECUM. TRIDENTINO, Sess. XXII, Dottrina sul santissimo sacrificio della Messa, cap. 6, Denz.-Schönm. 1747.
21 Cf. Conc. ECUM. VATICANO II, Costituzione sulla sacra Liturgia, Sacrosanctum Concilium, n. 55.









Capitolo I
IMPORTANZA E DIGNITÁ DELLA
CELEBRAZIONE EUCARISTICA




16. La celebrazione della Messa, in quanto azione di Cristo e del popolo di Dio gerarchicamente ordinato, costituisce il centro di tutta la vita cristiana per la Chiesa universale, per quella locale, e per i singoli fedeli22. Nella Messa, infatti, si ha il culmine sia dell'azione con cui Dio santifica il mondo in Cristo, sia del culto che gli uomini rendono al Padre, adorandolo per mezzo di Cristo Figlio di Dio nello Spirito Santo23. In essa inoltre la Chiesa commemora, nel corso dell'anno, i misteri della redenzione, in modo da renderli in certo modo presenti24. Tutte le altre azioni sacre e ogni attività della vita cristiana sono in stretta relazione con la Messa, da essa derivano e ad essa sono ordinate25.

17. È perciò di somma importanza che la celebrazione della Messa, o Cena del Signore, sia ordinata in modo tale che i sacri ministri e i fedeli, partecipandovi ciascuno secondo il proprio ordine e grado, traggano abbondanza di quei frutti26, per il conseguimento dei quali Cristo Signore ha istituito il sacrificio eucaristico del suo Corpo e del suo Sangue e lo ha affidato, come memoriale della sua passione e risurrezione, alla Chiesa, sua dilettissima sposa27.

18. Si potrà ottenere davvero questo risultato, se, tenuto conto della natura e delle altre caratteristiche di ogni assemblea liturgica, tutta la celebrazione verrà ordinata in modo tale da portare i fedeli a una partecipazione consapevole, attiva e piena, esteriore e interiore, ardente di fede, speranza e carità; partecipazione vivamente desiderata dalla Chiesa e richiesta dalla natura stessa della celebrazione, e alla quale il popolo cristiano ha diritto e dovere in forza del battesimo28.

19. Non sempre si possono avere la presenza e l'attiva partecipazione dei fedeli, che manifestano più chiaramente la natura ecclesiale della celebrazione29. Sempre però la celebrazione eucaristica ha l'efficacia e la dignità che le sono proprie, in quanto è azione di Cristo e della Chiesa, nella quale il sacerdote compie il suo ministero specifico e agisce sempre per la salvezza del popolo.
Perciò a lui si raccomanda di celebrare anche ogni giorno, avendone la possibilità, il sacrificio eucaristico30.

20. Poiché inoltre la celebrazione dell'Eucaristia, come tutta la Liturgia, si compie per mezzo di segni sensibili, mediante i quali la fede si alimenta, s'irrobustisce e si esprime31, si deve avere la massima cura nello scegliere e nel disporre quelle forme e quegli elementi che la Chiesa propone, e che, considerate le circostanze di persone e di luoghi, possono favorire più intensamente la partecipazione attiva e piena, e rispondere più adeguatamente al bene spirituale dei fedeli.

21. Pertanto questo Ordinamento si propone di esporre i principi generali per lo svolgimento della celebrazione dell'Eucaristia, e di presentare le norme per regolare le singole forme di celebrazione32.

22. Ora, nella Chiesa particolare, la celebrazione dell'Eucaristia è l'atto più importante.
Il Vescovo diocesano infatti, primo dispensatore dei misteri di Dio nella Chiesa particolare a lui affidata, è la guida, il promotore e il custode di tutta la vita liturgica33. Nelle celebrazioni che si compiono sotto la sua presidenza, soprattutto in quella eucaristica, celebrata con la partecipazione del presbiterio, dei diaconi e del popolo, si manifesta il mistero della Chiesa. Perciò questo tipo di celebrazione eucaristica deve fungere da modello per tutta la diocesi.
Deve essere quindi impegno del Vescovo fare in modo che i presbiteri, i diaconi e i fedeli comprendano sempre più il senso autentico dei riti e dei testi liturgici e così siano condotti ad una attiva e fruttuosa celebrazione dell'Eucaristia. Allo stesso fine presti attenzione perché cresca la dignità delle medesime celebrazioni. A questo scopo risulta di grande importanza promuovere la cura per la bellezza del luogo sacro, della musica e dell'arte.

23. Inoltre, perché la celebrazione corrisponda maggiormente alle norme e allo spirito della sacra Liturgia e se ne avvantaggi l'efficacia pastorale, in questo Ordinamento generale e nel Rito della Messa vengono esposti le scelte e gli adattamenti possibili.

24. Questi adattamenti, che per lo più consistono nella scelta di alcuni riti o testi, cioè di canti, letture, orazioni, monizioni e gesti che siano più rispondenti alle necessità, alla preparazione e alla capacità di comprensione dei partecipanti, spettano al sacerdote celebrante. Tuttavia, il sacerdote ricordi di essere il servitore della sacra Liturgia e che nella celebrazione della Messa a lui non è consentito aggiungere, togliere o mutare nulla a proprio piacimento34.

25. Inoltre, nel Messale, a suo luogo (Cf. nn. 387, 388-393) sono indicati alcuni adattamenti che, secondo la Costituzione sulla sacra Liturgia, competono rispettivamente al Vescovo diocesano o alla Conferenza Episcopale35.

26. Per quanto riguarda le variazioni e gli adattamenti più profondi, rispondenti alle tradizioni e alla cultura di popoli e regioni, e da introdurre per utilità o necessità secondo l'art. 40 della Costituzione sulla sacra Liturgia, si osservi quanto è stabilito nell'Istruzione «Liturgia Romana e inculturazione»36 e ai numeri 395-399 del presente documento.



22 Cf. CONC. ECUM. VATICANO II, Costituzione sulla sacra Liturgia, Sacrosanctum Concilium, n. 41; Costituzione dogmatica sulla Chiesa, Lumen Gentium, n. 11; Decreto sulla vita e sul ministero sacerdotale, Presbyterorum Ordinis, nn. 2, 5, 6; Decreto sull'ufficio pastorale dei Vescovi, Christus Dominus, n. 30; Decreto sull'ecumenismo, Unitatis redintegratio, n. 15; SACRA CONGREGAZIONE DEI RITI, Istruzione Eucharisticum mysterium, 25 maggio 1967, nn. 3e, 6: AAS 59 (1967) 542, 544-545.
23 Cf. CONC. ECUM. VATICANO II, Costituzione sulla sacra Liturgia, Sacrosanctum Concilium, n. l0.
24 Cf. ibidem, n. 102.
25 Cf. CONC. ECUM. VATICANO II, Costituzione sulla sacra Liturgia, Sacrosanctum Concilium, n. l0; Decreto sulla vita e sul ministero sacerdotale, Presbyterorum Ordinis, n. 5.
26 Cf. CONC. ECUM. VATICANO II, Costituzione sulla sacra Liturgia, Sacrosanctum Concilium, nn. 14, 19,26,28,30.
27 Cf. ibidem, n. 47.
28 Cf. ibidem, n. 14.
29 Cf. ibidem, n. 41.
30 Cf. CONC. ECUM. VATICANO II, Decreto sulla vita e sul ministero sacerdotale, Presbyterorum Ordinis, n. 13; CIC, can. 904.
31 Cf. CONC. ECUM. VATICANO II, Costituzione sulla sacra Liturgia, Sacrosanctum Concilium, n. 59.
32 Per la celebrazione della Messa in situazioni particolari si osservi quanto stabilito: per le Messe nei gruppi particolari cf. SACRA CONGREGAZIONE PER IL CULTO DIVINO, Istruzione Actio pastoralis, 15 maggio 1969: AAS 61 (1969) 806-811; per le Messe con i fanciulli cf. Direttorio delle Messe con ifanciulli, l novembre 1973: AAS 66 (1974) 30-46; sul modo di unire le Ore dell'Ufficio con la Messa cf. Principi e norme per la Liturgia delle Ore, nn. 93-98; sul modo di unire alcune benedizioni e l'incoronazione dell'immagine della beata Vergine Maria con la Messa cf. RITUALE ROMANO, Benedizionale, Premesse generali, n. 28; RITUALE ROMANO, Rito per l'incoronazione dell'immagine della beata Vergine Maria, nn. 10, 14.
33 Cf. CONC. ECUM. VATICANO II, Decreto sull'ufficio pastorale dei Vescovi, Christus Dominus, n. 14; Costituzione sulla sacra Liturgia, Sacrosanctum Concilium, n. 41.
34 Cf. CONC. ECUM. VATICANO II, Costituzione sulla sacra Liturgia, Sacrosanctum Concilium, n. 22.
35 Cf. CONC. ECUM. VATICANO II, Costituzione sulla sacra Liturgia, Sacrosanctum Concilium, n. 38; PAOLO VI, Cost. Ap. Missale Romanum, 3 aprile 1969.
36 CONGREGAZIONE PER IL CULTO DIVINO E LA DISCIPLINA DEI SACRAMENTI, Istruzione Varietates legitimae, 25 gennaio 1994: AAS 87 (1995) 288-314.








Capitolo II
STRUTTURA, ELEMENTI
E PARTI DELLA MESSA




I. STRUTTURA GENERALE DELLA MESSA

27. Nella Messa o Cena del Signore, il popolo di Dio è chiamato a riunirsi insieme sotto la presidenza del sacerdote, che agisce nella persona di Cristo, per celebrare il memoriale del Signore, cioè il sacrificio eucaristico37. Per questo raduno locale della santa Chiesa vale perciò in modo eminente la promessa di Cristo: «Là dove sono due o tre radunati nel mio nome, io sono in mezzo a loro» (Mt 18,20). Infatti nella celebrazione della Messa, nella quale si perpetua il sacrificio della croce38, Cristo è realmente presente nell'assemblea riunita in suo nome, nella persona del ministro, nella sua parola e in modo sostanziale e permanente sotto le specie eucaristiche39.

28. La Messa è costituita da due parti, la «Liturgia della Parola» e la «Liturgia eucaristica»; esse sono così strettamente congiunte tra loro da formare un unico atto di culto40. Nella Messa, infatti, viene imbandita tanto la mensa della parola di Dio quanto la mensa del Corpo di Cristo, e i fedeli ne ricevono istruzione e ristoro41. Ci sono inoltre alcuni riti che iniziano e altri che concludono la celebrazione.


II. I DIVERSI ELEMENTI DELLA MESSA


Lettura della parola di Dio e sua spiegazione

29. Quando nella Chiesa si legge la sacra Scrittura, Dio stesso parla al suo popolo e Cristo, presente nella sua parola, annunzia il Vangelo.
Per questo tutti devono ascoltare con venerazione le letture della parola di Dio, che costituiscono un elemento importantissimo della Liturgia. E benché la parola di Dio nelle letture della sacra Scrittura sia rivolta a tutti gli uomini di ogni epoca e sia da essi intelligibile, tuttavia una sua più piena comprensione ed efficacia viene favorita da un'esposizione viva e attuale, cioè dall'omelia, che è parte dell'azione liturgica42.


Le orazioni e le altre parti che spettano al sacerdote

30. Tra le parti proprie del sacerdote, occupa il primo posto la Preghiera eucaristica, culmine di tutta la celebrazione. Seguono poi le orazioni, cioè: l'orazione di inizio (o colletta), l'orazione sulle offerte e l'orazione dopo la Comunione. Queste preghiere, dette dal sacerdote nella sua qualità di presidente dell'assemblea nella persona di Cristo, sono rivolte a Dio a nome dell'intero popolo santo e di tutti i presenti43. Perciò giustamente si chiamano «orazioni presidenziali».

31. Spetta ugualmente al sacerdote, per il suo ufficio di presidente dell'assemblea radunata, formulare alcune monizioni previste nel rito medesimo. Quando è previsto dalle rubriche, al celebrante è permesso adattarle in parte affinché rispondano alla comprensione dei partecipanti. Tuttavia il sacerdote faccia in modo di conservare sempre il senso della monizione proposta nel Messale e la esprima con poche parole. Così pure spetta al sacerdote che presiede guidare la proclamazione della parola di Dio e impartire la benedizione finale. Egli può inoltre intervenire con brevissime parole, per introdurre i fedeli alla Messa del giorno, dopo il saluto iniziale e prima dell' atto penitenziale; alla Liturgia della Parola, prima delle letture; alla Preghiera eucaristica, prima di iniziare il prefazio, naturalmente mai nel corso della Preghiera stessa; prima del congedo, per concludere l'intera azione sacra.

32. La natura delle parti «presidenziali» esige che esse siano proferite a voce alta e chiara e che siano ascoltate da tutti con attenzione44. Perciò, mentre il sacerdote le dice, non si devono sovrapporre altre orazioni o canti, e l'organo e altri strumenti musicali devono tacere.

33. Il sacerdote infatti, in quanto presidente, formula le preghiere a nome della Chiesa e della comunità riunita, talvolta invece anche a titolo personale, per poter compiere il proprio ministero con maggior attenzione e pietà. Tali preghiere, che sono proposte prima della proclamazione del Vangelo, alla preparazione dei doni, prima e dopo la Comunione del sacerdote, si dicono sottovoce.


Altre formule che ricorrono nella celebrazione

34. Poiché la celebrazione della Messa, per sua natura, ha carattere «comunitario»45, grande rilievo assumono i dialoghi tra il sacerdote e i fedeli riuniti e le acclamazioni46. Infatti questi elementi non sono soltanto segni esteriori della celebrazione comunitaria, ma favoriscono e realizzano la comunione tra il sacerdote e il popolo.

35. Le acclamazioni e le risposte dei fedeli al saluto del sacerdote e alle orazioni, costituiscono quel grado di partecipazione attiva che i fedeli riuniti devono porre in atto in ogni forma di Messa, per esprimere e ravvivare l'azione di tutta la comunità47.

36. Altre parti, assai utili per manifestare e favorire la partecipazione attiva dei fedeli, spettano all'intera assemblea convocata; sono soprattutto l'atto penitenziale, la professione di fede, la preghiera universale (detta anche preghiera dei fedeli) e la preghiera del Signore (cioè il Padre nostro).

37. Infine, tra le altre formule:
a) alcune costituiscono un rito o un atto a sé stante, come l'inno Gloria, il salmo responsoriale, l'Alleluia e il versetto prima del Vangelo (canto al Vangelo), il Santo, l'acclamazione dell'anamnesi e il canto dopo la Comunione;
b) altre, invece, accompagnano qualche rito, come i canti d'ingresso, di offertorio, quelli che accompagnano la frazione del pane (Agnello di Dio) e la Comunione.


Il modo di proclamare i vari testi

38. Nei testi che devono essere pronunziati a voce alta e chiara dal sacerdote, dal diacono, dal lettore o da tutti, la voce deve corrispondere al genere del testo, secondo che si tratti di una lettura, di un'orazione, di una monizione, di un'acclamazione, di un canto; deve anche corrispondere alla forma di celebrazione e alla solennità della riunione liturgica. Inoltre si tenga conto delle caratteristiche delle diverse lingue e della cultura specifica di ogni popolo.
Nelle rubriche e nelle norme che seguono, le parole «dire» oppure «proclamare» devono essere intese in riferimento sia al canto che alla recita, tenuto conto dei principi sopra esposti.


Importanza del canto

39. I fedeli, che si radunano nell'attesa della venuta del loro Signore, sono esortati dall'apostolo a cantare insieme salmi, inni e cantici spirituali (Cf. Col 3,16). Infatti il canto è segno della gioia del cuore (Cf. At 2,46). Perciò dice molto bene sant' Agostino: «Il cantare è proprio di chi ama»48, e già dall'antichità si formò il detto: «Chi canta bene, prega due volte».

40. Nella celebrazione della Messa si dia quindi grande importanza al canto, ponendo attenzione alla diversità culturale delle popolazioni e alle possibilità di ciascuna assemblea liturgica. Anche se non è sempre necessario, per esempio nelle Messe feriali, cantare tutti i testi che per loro natura sono destinati al canto, si deve comunque fare in modo che non manchi il canto dei ministri e del popolo nelle celebrazioni domenicali e nelle feste di precetto.
Nella scelta delle parti destinate al canto, si dia la preferenza a quelle di maggior importanza, e soprattutto a quelle che devono essere cantate dal sacerdote, dal diacono o dal lettore con la risposta del popolo, o dal sacerdote e dal popolo insieme49.


41. A parità di condizioni, si dia la preferenza al canto gregoriano, in quanto proprio della Liturgia romana. Gli altri generi di musica sacra, specialmente la polifonia, non sono affatto da escludere, purché rispondano allo spirito dell'azione liturgica e favoriscano la partecipazione di tutti i fedeli50.
Poiché sono sempre più frequenti le riunioni di fedeli di diverse nazionalità, è opportuno che sappiano cantare insieme, in lingua latina, e nelle melodie più facili, almeno le parti dell'ordinario della Messa, specialmente il simbolo della fede e la preghiera del Signore51.


Gesti e atteggiamenti del corpo

42. I gesti e l'atteggiamento del corpo sia del sacerdote, del diacono e dei ministri, sia del popolo devono tendere a far sì che tutta la celebrazione risplenda per decoro e per nobile semplicità, che si colga il vero e pieno significato delle sue diverse parti e si favorisca la partecipazione di tutti52. Si dovrà prestare attenzione affinché le norme, stabilite da questo Ordinamento generale e dalla prassi secolare del Rito romano, contribuiscano al bene spirituale comune del popolo di Dio, più che al gusto personale o all'arbitrio.
L'atteggiamento comune del corpo, da osservarsi da tutti i partecipanti, è segno dell'unità dei membri della comunità cristiana riuniti per la sacra Liturgia: manifesta infatti e favorisce l'intenzione e i sentimenti dell'animo di coloro che partecipano.

43. I fedeli stiano in piedi dall'inizio del canto di ingresso, o mentre il sacerdote si reca all'altare, fino alla conclusione dell'orazione di inizio (o colletta), durante il canto dell' Alleluia prima del Vangelo; durante la proclamazione del Vangelo; durante la professione di fede e la preghiera universale (o preghiera dei fedeli); e ancora dall' invito Pregate fratelli prima dell' orazione sulle offerte fino al termine della Messa, fatta eccezione di quanto è detto in seguito.
Stiano invece seduti durante la proclamazione delle letture prima del Vangelo e durante il salmo responsoriale; all'omelia e durante la preparazione dei doni all'offertorio; se lo si ritiene opportuno, durante il sacro silenzio dopo la Comunione.
S'inginocchino poi alla consacrazione, a meno che lo impediscano lo stato di salute, la ristrettezza del luogo, o il gran numero dei presenti, o altri ragionevoli motivi. Quelli che non si inginocchiano alla consacrazione, facciano un profondo inchino mentre il sacerdote genuflette dopo la consacrazione.
Spetta però alle Conferenze Episcopali adattare i gesti e gli atteggiamenti del corpo, descritti nel Rito della Messa, alla cultura e alle ragionevoli tradizioni dei vari popoli secondo le norme del diritto53. Nondimeno si faccia in modo che tali adattamenti corrispondano al senso e al carattere di ciascuna parte della celebrazione. Dove vi è la consuetudine che il popolo rimanga in ginocchio dall' acclamazione del Santo fino alla conclusione della Preghiera eucaristica e prima della Comunione, quando il sacerdote dice Ecco l'Agnello di Dio, tale uso può essere lodevolmente conservato.
Per ottenere l'uniformità nei gesti e negli atteggiamenti del corpo in una stessa celebrazione, i fedeli seguano le indicazioni che il diacono o un altro ministro laico o lo stesso sacerdote danno secondo le norme stabilite nel Messale.

44. Fra i gesti sono comprese anche le azioni e le processioni: quella del sacerdote che, insieme al diacono e ai ministri, si reca all'altare; quella del diacono che porta all'ambone l'Evangeliario o il Libro dei Vangeli prima della proclamazione del Vangelo; quella con la quale i fedeli presentano i doni o si recano a ricevere la Comunione. Conviene che tali azioni e processioni siano fatte in modo decoroso, mentre si eseguono canti appropriati, secondo le norme stabilite per ognuna di esse.


Il silenzio

45. Si deve anche osservare, a suo tempo, il sacro silenzio, come parte della celebrazione54. La sua natura dipende dal momento in cui ha luogo nelle singole celebrazioni. Così, durante l'atto penitenziale e dopo l'invito alla preghiera, il silenzio aiuta il raccoglimento; dopo la lettura o l'omelia, è un richiamo a meditare brevemente ciò che si è ascoltato; dopo la Comunione, favorisce la preghiera interiore di lode e di supplica.
Anche prima della stessa celebrazione è bene osservare il silenzio in chiesa, in sagrestia, nel luogo dove si assumono i paramenti e nei locali annessi, perché tutti possano prepararsi devotamente e nei giusti modi alla sacra celebrazione.


III - LE SINGOLE PARTI DELLA MESSA


A) RITI DI INTRODUZIONE


46. I riti che precedono la Liturgia della Parola, cioè l'introito, il saluto, l'atto penitenziale, il Kyrie eleison, il Gloria e l'orazione (o colletta), hanno un carattere di inizio, di introduzione e di preparazione.
Scopo di questi riti è che i fedeli, riuniti insieme, formino una comunità, e si dispongano ad ascoltare con fede la parola di Dio e a celebrare degnamente l'Eucaristia.
In alcune celebrazioni, connesse con la Messa secondo le norme dei libri liturgici, si omettono i riti iniziali o si svolgono in maniera particolare.


L'introito

47. Quando il popolo è radunato, mentre il sacerdote fa il suo ingresso con il diacono e i ministri, si inizia il canto d'ingresso. La funzione propria di questo canto è quella di dare inizio alla celebrazione, favorire l'unione dei fedeli riuniti, introdurre il loro spirito nel mistero del tempo liturgico o della festività, e accompagnare la processione del sacerdote e dei ministri.

48. Il canto viene eseguito alternativamente dalla schola e dal popolo, o dal cantore e dal popolo, oppure tutto quanto dal popolo o dalla sola schola. Si può utilizzare sia l'antifona con il suo salmo, quale si trova nel Graduale romanum o nel Graduale simplex, oppure un altro canto adatto all'azione sacra, al carattere del giorno o del tempo55, e il cui testo sia stato approvato dalla Conferenza Episcopale.
Se all'introito non ha luogo il canto, l'antifona proposta dal Messale Romano viene letta o dai fedeli, o da alcuni di essi, o dal lettore, o altrimenti dallo stesso sacerdote che può anche adattarla a modo di monizione iniziale (Cf. n. 31).


Saluto all'altare e al popolo radunato

49. Giunti in presbiterio, il sacerdote, il diacono e i ministri salutano l'altare con un profondo inchino.
Quindi, in segno di venerazione, il sacerdote e il diacono lo baciano e il sacerdote, secondo l'opportunità, incensa la croce e l'altare.

50. Terminato il canto d'ingresso, il sacerdote, stando in piedi alla sede, con tutta l'assemblea si segna col segno di croce. Poi il sacerdote con il saluto annunzia alla comunità radunata la presenza del Signore. Il saluto sacerdotale e la risposta del popolo manifestano il mistero della Chiesa radunata.
Salutato il popolo, il sacerdote, o il diacono o un ministro laico, può fare una brevissima introduzione alla Messa del giorno.


Atto penitenziale

51. Quindi il sacerdote invita all'atto penitenziale, che, dopo una breve pausa di silenzio, viene compiuto da tutta la comunità mediante una formula di confessione generale, e si conclude con l'assoluzione del sacerdote, che tuttavia non ha lo stesso valore del sacramento della Penitenza.
La domenica, specialmente nel tempo pasquale, in circostanze particolari, si può sostituire il consueto atto penitenziale, con la benedizione e l'aspersione dell' acqua in memoria del Battesimo56.


Kyrie eleison

52. Dopo l'atto penitenziale ha sempre luogo il Kyrie eleison, a meno che non sia già stato detto durante l'atto penitenziale. Essendo un canto col quale i fedeli acclamano il Signore e implorano la sua misericordia, di solito viene eseguito da tutti, in alternanza tra il popolo e la schola o un cantore.
Ogni acclamazione viene ripetuta normalmente due volte, senza escluderne tuttavia un numero maggiore, in considerazione dell'indole delle diverse lingue o della composizione musicale o di circostanze particolari. Quando il Kyrie eleison viene cantato come parte dell' atto penitenziale, alle singole acclamazioni si fa precedere un «tropo».


Gloria

53. Il Gloria è un inno antichissimo e venerabile con il quale la Chiesa, radunata nello Spirito Santo, glorifica e supplica Dio Padre e l'Agnello. Il testo di questo inno non può essere sostituito con un altro. Viene iniziato dal sacerdote o, secondo l'opportunità, dal cantore o dalla schola, ma viene cantato o da tutti simultaneamente o dal popolo alternativamente con la schola, oppure dalla stessa schola. Se non lo si canta, viene recitato da tutti, o insieme o da due cori che si alternano.
Lo si canta o si recita nelle domeniche fuori del tempo di Avvento e Quaresima; e inoltre nelle solennità e feste, e in celebrazioni di particolare solennità.


Colletta

54. Poi il sacerdote invita il popolo a pregare e tutti insieme con lui stanno per qualche momento in silenzio, per prendere coscienza di essere alla presenza di Dio e poter formulare nel cuore le proprie intenzioni di preghiera. Quindi il sacerdote dice l'orazione, chiamata comunemente «colletta», per mezzo della quale viene espresso il carattere della celebrazione. Per antica tradizione della Chiesa, l'orazione colletta è abitualmente rivolta a Dio Padre, per mezzo di Cristo, nello Spirito Santo57 e termina con la conclusione trinitaria, cioè più lunga, in questo modo:
- se è rivolta al Padre: Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te, nell'unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli
- se è rivolta al Padre, ma verso la fine dell' orazione medesima si fa menzione del Figlio: Egli è Dio e vive e regna con te, nell'unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli
- se è rivolta al Figlio: Tu sei Dio e vivi e regni con Dio Padre, nell'unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli
Il popolo, unendosi alla preghiera, fa propria l'orazione con l'acclamazione Amen
Nella Messa si dice sempre una sola colletta.
B) LITURGIA DELLA PAROLA

55. Le letture scelte dalla sacra Scrittura con i canti che le accompagnano costituiscono la parte principale della Liturgia della Parola; l'omelia, la professione di fede e la preghiera universale o preghiera dei fedeli sviluppano e concludono tale parte. Infatti nelle letture, che vengono poi spiegate nell' omelia, Dio parla al suo popolo58, gli manifesta il mistero della redenzione e della salvezza e offre un nutrimento spirituale; Cristo stesso è presente, per mezzo della sua Parola, tra i fedeli 59. Il popolo fa propria questa Parola divina con il silenzio e i canti, e vi aderisce con la professione di fede. Così nutrito, prega nell' orazione universale per le necessità di tutta la Chiesa e per la salvezza del mondo intero.


Il silenzio

56. La Liturgia della Parola deve essere celebrata in modo da favorire la meditazione; quindi si deve assolutamente evitare ogni forma di fretta che impedisca il raccoglimento. In essa sono opportuni anche brevi momenti di silenzio, adatti all'assemblea radunata, per mezzo dei quali, con l'aiuto dello Spirito Santo, la parola di Dio venga accolta nel cuore e si prepari la risposta con la preghiera. Questi momenti di silenzio si possono osservare, ad esempio, prima che inizi la stessa Liturgia della Parola, dopo la prima e la seconda lettura, e terminata l'omelia60.


Le letture bibliche

57. Nelle letture viene preparata ai fedeli la mensa della parola di Dio e vengono loro aperti i tesori della Bibbia61. Conviene quindi che si osservi l'ordine delle letture bibliche, con il quale è messa meglio in luce l'unità dei due Testamenti e della storia della salvezza; non è permesso quindi sostituire con altri testi non biblici le letture e il salmo responsoriale, che contengono la parola di Dio62.

58. Nella celebrazione della Messa con il popolo, le letture si proclamano sempre dall' ambone.

59. Il compito di proclamare le letture, secondo la tradizione, non è competenza specifica di colui che presiede, ma di altri ministri. Le letture quindi siano proclamate da un lettore, il Vangelo sia invece proclamato dal diacono o, in sua assenza, da un altro sacerdote. Se non è presente un diacono o un altro sacerdote, lo stesso sacerdote celebrante legga il Vangelo; e se manca un lettore idoneo, il sacerdote celebrante proclami anche le altre letture.
Dopo le singole letture il lettore pronuncia l'acclamazione, e il popolo riunito con la sua risposta dà onore alla parola di Dio, accolta con fede e con animo grato.

60. La lettura del Vangelo costituisce il culmine della Liturgia della Parola. La stessa Liturgia insegna che si deve dare ad essa massima venerazione, poiché la distingue dalle altre letture con particolare onore: sia da parte del ministro incaricato di proclamarla, che si prepara con la benedizione o con la preghiera; sia da parte dei fedeli, i quali con le acclamazioni riconoscono e professano che Cristo è presente e parla a loro, e ascoltano la lettura stando in piedi; sia per mezzo dei segni di venerazione che si rendono all'Evangeliario.


Il Salmo responsoriale

61. Alla prima lettura segue il salmo responsoriale, che è parte integrante della Liturgia della Parola e che ha grande valore liturgico e pastorale, perché favorisce la meditazione della parola di Dio.
Il salmo responsoriale deve corrispondere a ciascuna lettura e deve essere preso normalmente dal Lezionario.
Conviene che il salmo responsoriale si esegua con il canto, almeno per quanto riguarda la risposta del popolo. Il salmista, quindi, o cantore del salmo canta o recita i versetti del salmo all'ambone o in altro luogo adatto; tutta l'assemblea ascolta restando seduta, e partecipa di solito con il ritornello, a meno che il salmo non sia cantato o recitato per intero senza ritornello. Ma perché il popolo possa più facilmente ripetere il ritornello, sono stati scelti alcuni testi comuni di ritornelli e di salmi per i diversi tempi dell'anno e per le diverse categorie di Santi. Questi testi si possono utilizzare al posto di quelli corrispondenti alle letture ogni volta che il salmo viene cantato. Se il salmo non può essere cantato, venga proclamato nel modo più adatto a favorire la meditazione della parola di Dio.
Al posto del salmo assegnato nel Lezionario si può cantare o.il responsorio graduale tratto dal Graduale romanum, oppure un salmo responsoriale o alleluiatico dal Graduale simplex, così come sono indicati nei rispettivi libri.


L'acclamazione prima della lettura del Vangelo

62. Dopo la lettura che precede immediatamente il Vangelo, si canta l' Alleluia o un altro canto stabilito dalle rubriche, come richiede il tempo liturgico. Tale acclamazione costituisce un rito o atto a sé stante, con il quale l'assemblea dei fedeli accoglie e saluta il Signore che sta per parlare nel Vangelo e con il canto manifesta la propria fede. Viene cantato da tutti stando in piedi, sotto la guida della schola o del cantore, e se il caso lo richiede, si ripete; il versetto invece viene cantato dalla schola o dal cantore.
a) L'Alleluia si canta in qualsiasi tempo, tranne in Quaresima. I versetti si scelgono dal Lezionario oppure dal Graduale.
b) In tempo di Quaresima, al posto dell'Alleluia si canta il versetto posto nel Lezionario prima del Vangelo. Si può anche cantare un altro salmo o tratto, come si trova nel Graduale.

63. Quando vi è una sola lettura prima del Vangelo:
a) nel tempo in cui si canta l'Alleluia, si può utilizzare o il salmo alleluiatico, oppure il salmo e l'Alleluia con il suo versetto,
b) nel tempo in cui non si canta l'Alleluia, si può eseguire o il salmo e il versetto prima del Vangelo o il salmo soltanto.
c) l'Alleluia e il versetto prima del Vangelo, se non si cantano, si possono tralasciare.
64. La Sequenza, che, tranne nei giorni di Pasqua e Pentecoste, è facoltativa, si canta prima dell'Alleluia.


L'omelia

65. L'omelia fa parte della liturgia ed è vivamente raccomandata63: è infatti necessaria per alimentare la vita cristiana. Essa deve consistere nella spiegazione o di qualche aspetto delle letture della sacra Scrittura, o di un altro testo dell' Ordinario o del Proprio della Messa del giorno, tenuto conto sia del mistero che viene celebrato, sia delle particolari necessità di chi ascolta64.

66. L'omelia di solito sia tenuta personalmente dal sacerdote celebrante. Talvolta, potrà essere da lui affidata a un sacerdote concelebrante e, secondo l'opportunità, anche al diacono; mai però a un laico65. In casi particolari e per un giusto motivo l'omelia può essere tenuta anche dal Vescovo o da un presbitero che partecipa alla celebrazione anche se non può concelebrare.
Nelle domeniche e nelle feste di precetto l'omelia si deve tenere e non può essere omessa se non per un grave motivo in tutte le Messe con partecipazione di popolo. Negli altri giorni è raccomandata, specialmente nelle ferie di Avvento, di Quaresima e del tempo pasquale; così pure nelle altre feste e circostanze nelle quali è più numeroso il concorso del popolo alla chiesa66.
È opportuno, dopo l'omelia, osservare un breve momento di silenzio.


La professione di fede

67. Il simbolo, o professione di fede, ha come fine che tutto il popolo riunito risponda alla parola di Dio, proclamata nella lettura della sacra Scrittura e spiegata nell'omelia; e perché, recitando la regola della fede, con una formula approvata per l'uso liturgico, torni a meditare e professi i grandi misteri della fede, prima della loro celebrazione nell' Eucaristia.

68. Il simbolo deve essere cantato o recitato dal sacerdote insieme con il popolo nelle domeniche e nelle solennità; si può dire anche in particolari celebrazioni più solenni.
Se si proclama in canto, viene intonato dal sacerdote o, secondo l'opportunità, dal cantore o dalla schola; ma viene cantato da tutti insieme o dal popolo alternativamente con la schola.
Se non si canta, viene recitato da tutti insieme o a cori alterni.


La preghiera universale

69. Nella preghiera universale, o preghiera dei fedeli, il popolo risponde in certo modo alla parola di Dio accolta con fede e, esercitando il proprio sacerdozio battesimale, offre a Dio preghiere per la salvezza di tutti. È conveniente che nelle Messe con partecipazione di popolo vi sia normalmente questa preghiera, nella quale si elevino suppliche per la santa Chiesa, per i governanti, per coloro che portano il peso di varie necessità, per tutti gli uomini e per la salvezza di tutto il mondo67.

70. La successione delle intenzioni sia ordinariamente questa:
a) per le necessità della Chiesa;
b) per i governanti e per la salvezza di tutto il mondo;
c) per quelli che si trovano in difficoltà;
d) per la comunità locale.
Tuttavia in qualche celebrazione particolare, per esempio nella Confermazione, nel Matrimonio, nelle Esequie, la successione delle intenzioni può venire adattata maggiormente alla circostanza particolare.

71. Spetta al sacerdote celebrante guidare dalla sede la preghiera. Egli la introduce con una breve monizione, per invitare i fedeli a pregare, e la conclude con un' orazione. Le intenzioni che vengono proposte siano sobrie, formulate con una sapiente libertà e con poche parole, ed esprimano le intenzioni di tutta la comunità. Le intenzioni si leggono dall' ambone o da altro luogo conveniente, da parte del diacono o del cantore o del lettore o da un fedele laico68.
Il popolo invece, stando in piedi, esprime la sua supplica con una invocazione comune dopo la formulazione di ogni singola intenzione, oppure pregando in silenzio.


C) LITURGIA EUCARISTICA

72. Nell'ultima Cena Cristo istituì il sacrificio e convito pasquale per mezzo del quale è reso continuamente presente nella Chiesa il sacrificio della croce, allorché il sacerdote, che rappresenta Cristo Signore, compie ciò che il Signore stesso fece e affidò ai discepoli, perché lo facessero in memoria di lui69.
Cristo infatti prese il pane e il calice, rese grazie, spezzò il pane e li diede ai suoi discepoli, dicendo: «Prendete, mangiate, bevete; questo è il mio Corpo; questo è il calice del mio Sangue. Fate questo in memoria di me». Perciò la Chiesa ha disposto tutta la celebrazione della Liturgia eucaristica in vari momenti, che corrispondono a queste parole e gesti di Cristo. Infatti:
1) Nella preparazione dei doni, vengono portati all'altare pane e vino con acqua, cioè gli stessi elementi che Cristo prese tra le sue mani.
2) Nella Preghiera eucaristica si rendono grazie a Dio per tutta l'opera della salvezza, e le offerte diventano il Corpo e il Sangue di Cristo.
3) Mediante la frazione del pane e per mezzo della Comunione i fedeli, benché molti, si cibano del Corpo del Signore dall'unico pane e ricevono il suo Sangue dall'unico calice, allo stesso modo con il quale gli Apostoli li hanno ricevuti dalle mani di Cristo stesso.


La preparazione dei doni

73. All'inizio della Liturgia eucaristica si portano all'altare i doni, che diventeranno il Corpo e il Sangue di Cristo.
Prima di tutto si prepara l'altare, o mensa del Signore, che è il centro di tutta la Liturgia eucaristica70, ponendovi sopra il corporale, il purificatoio, il Messale e il calice, se non viene preparato alla credenza.
Poi si portano le offerte: è bene che i fedeli presentino il pane e il vino; il sacerdote, o il diacono, li riceve in luogo opportuno e adatto e li depone sull' altare. Quantunque i fedeli non portino più, come un tempo, il loro proprio pane e vino destinati alla Liturgia, tuttavia il rito della presentazione di questi doni conserva il suo valore e il suo significato spirituale.
Si possono anche fare offerte in denaro, o presentare altri doni per i poveri o per la Chiesa, portati dai fedeli o raccolti in chiesa. Essi vengono deposti in luogo adatto, fuori della mensa eucaristica.

74. Il canto all'offertorio (Cf. n. 37, b) accompagna la processione con la quale si portano i doni; esso si protrae almeno fino a quando i doni sono stati deposti sull'altare. Le norme che regolano questo canto sono le stesse previste per il canto d'ingresso (Cf. n. 48).
È sempre possibile accompagnare con il canto i riti offertoriali, anche se non si svolge la processione con i doni.

75. Il sacerdote depone il pane e il vino sull'altare pronunciando le formule prescritte; egli può incensare i doni posti sull'altare, quindi la croce e lo stesso altare, per significare che l'offerta della Chiesa e la sua preghiera si innalzano come incenso al cospetto di Dio. Dopo l'incensazione dei doni e dell'altare, anche il sacerdote, in ragione del sacro ministero, e il popolo, per la sua dignità battesimale, possono ricevere l'incensazione dal diacono o da un altro ministro.

76. Quindi il sacerdote si lava le mani a lato dell'altare; con questo rito si esprime il desiderio di purificazione interiore.


L'orazione sulle offerte

77. Deposte le offerte sull'altare e compiuti i riti che accompagnano questo gesto, il sacerdote invita i fedeli a unirsi a lui nella preghiera e pronunzia l'orazione sulle offerte: si conclude così la preparazione dei doni e ci si prepara alla Preghiera eucaristica.
Nella Messa si dice un'unica orazione sulle offerte, che si conclude con la formula breve: Per Cristo nostro Signore; se invece essa termina con la menzione del Figlio: Egli vive e regna nei secoli dei secoli.
Il popolo, unendosi alla preghiera, fa propria l'orazione con l'acclamazione Amen.


La Preghiera eucaristica

78. A questo punto ha inizio il momento centrale e culminante dell'intera celebrazione, la Preghiera eucaristica, ossia la preghiera di azione di grazie e di santificazione. Il sacerdote invita il popolo a innalzare il cuore verso il Signore nella preghiera e nell'azione di grazie, e lo associa a sé nella solenne preghiera, che egli, a nome di tutta la comunità, rivolge a Dio Padre per mezzo di Gesù Cristo nello Spirito Santo. Il significato di questa Preghiera è che tutta l'assemblea dei fedeli si unisca insieme con Cristo nel magnificare le grandi opere di Dio e nell' offrire il sacrificio. La Preghiera eucaristica esige che tutti l'ascoltino con riverenza e silenzio.

79. Gli elementi principali di cui consta la Preghiera eucaristica si possono distinguere come segue:
a) L'azione di grazie (che si esprime particolarmente nel prefazio): il sacerdote, a nome di tutto il popolo santo, glorifica Dio Padre e gli rende grazie per tutta l'opera della salvezza o per qualche suo aspetto particolare, a seconda della diversità del giorno, della festa o del Tempo.
b) L'acclamazione: tutta l'assemblea, unendosi alle creature celesti, canta il Santo. Questa acclamazione, che fa parte della Preghiera eucaristica, è proclamata da tutto il popolo col sacerdote.
c) L'epiclesi: la Chiesa implora con speciali invocazioni la potenza dello Spirito Santo, perché i doni offerti dagli uomini siano consacrati, cioè diventino il Corpo e il Sangue di Cristo, e perché la vittima immacolata, che si riceve nella Comunione, giovi per la salvezza di coloro che vi parteciperanno.
d) Il racconto dell'istituzione e la consacrazione: mediante le parole e i gesti di Cristo, si compie il sacrificio che Cristo stesso istituì nell'ultima Cena, quando offrì il suo Corpo e il suo Sangue sotto le specie del pane e del vino, li diede a mangiare e a bere agli Apostoli e lasciò loro il mandato di perpetuare questo mistero.
e) L'anamnesi: la Chiesa, adempiendo il comando ricevuto da Cristo Signore per mezzo degli Apostoli, celebra il memoriale di Cristo, commemorando specialmente la sua beata passione, la gloriosa risurrezione e l'ascensione al cielo.
f) L'offerta: nel corso di questo stesso memoriale la Chiesa, in modo particolare quella radunata in quel momento e in quel luogo, offre al Padre nello Spirito Santo la vittima immacolata. La Chiesa desidera che i fedeli non solo offrano la vittima immacolata, ma imparino anche ad offrire se stessi71 e così portino a compimento ogni giorno di più, per mezzo di Cristo Mediatore, la loro unione con Dio e con i fratelli, perché finalmente Dio sia tutto in tutti72.
g) Le intercessioni: con esse si esprime che l'Eucaristia viene celebrata in Comunione con tutta la Chiesa, sia celeste che terrena, e che l'offerta è fatta per essa e per tutti i suoi membri, vivi e defunti, i quali sono stati chiamati a partecipare alla redenzione e alla salvezza ottenuta per mezzo del Corpo e del Sangue di Cristo.
h) La dossologia finale: con essa si esprime la glorificazione di Dio; viene ratificata e conclusa con l'acclamazione del popolo: Amen.


Riti di Comunione

80. Poiché la celebrazione eucaristica è un convito pasquale, conviene che, secondo il comando del Signore, i fedeli ben disposti ricevano il suo Corpo e il suo Sangue come cibo spirituale. A questo mirano la frazione del pane e gli altri riti preparatori, che dispongono immediatamente i fedeli alla Comunione.


Preghiera del Signore

81. Nella Preghiera del Signore si chiede il pane quotidiano, nel quale i cristiani scorgono un particolare riferimento al pane eucaristico, e si implora la purificazione dai peccati, così che realmente i santi doni vengano dati ai santi. Il sacerdote rivolge l'invito alla preghiera, che tutti i fedeli dicono insieme con lui; ma soltanto il sacerdote vi aggiunge l'embolismo, che il popolo conclude con la dossologia. L'embolismo, sviluppando l'ultima domanda della preghiera del Signore, chiede per tutta la comunità dei fedeli la liberazione dal potere del male. L'invito, la preghiera del Signore, l'embolismo e la dossologia, con la quale il popolo conclude l'embolismo, si cantano o si dicono ad alta voce.


Rito della pace

82. Segue il rito della pace, con il quale la Chiesa implora la pace e l'unità per se stessa e per l'intera famiglia umana, e i fedeli esprimono la Comunione ecclesiale e l'amore vicendevole, prima di comunicare al Sacramento.
Spetta alle Conferenze Episcopali stabilire il modo di compiere questo gesto di pace secondo l'indole e le usanze dei popoli. Conviene tuttavia che ciascuno dia la pace soltanto a chi gli sta più vicino, in modo sobrio.


Frazione del pane

83. Il sacerdote spezza il pane eucaristico, con l'aiuto, se è necessario, del diacono o di un concelebrante. Il gesto della frazione del pane, compiuto da Cristo nell'ultima Cena, che sin dal tempo apostolico ha dato il nome a tutta l'azione eucaristica, significa che i molti fedeli, nella Comunione dall'unico pane di vita, che è il Cristo morto e risorto per la salvezza del mondo, costituiscono un solo corpo (1 Cor 10,17). La frazione del pane ha inizio dopo lo scambio di pace e deve essere compiuta con il necessario rispetto, senza però che si protragga oltre il tempo dovuto e le si attribuisca esagerata importanza. Questo rito è riservato al sacerdote e al diacono.
Il sacerdote spezza il pane e mette una parte dell' ostia nel calice, per significare l'unità del Corpo e del Sangue di Cristo nell'opera della salvezza, cioè del Corpo di Cristo Gesù vivente e glorioso. Abitualmente l'invocazione Agnello di Dio viene cantata dalla schola o dal cantore, con la risposta del popolo, oppure la si dice almeno ad alta voce. L'invocazione accompagna la frazione del pane, perciò la si può ripetere tanto quanto è necessario fino alla conclusione del rito. L'ultima invocazione termina con le parole dona a noi la pace


Comunione

84. Il sacerdote si prepara con una preghiera silenziosa a ricevere con frutto il Corpo e il Sangue di Cristo. Lo stesso fanno i fedeli pregando in silenzio. Quindi il sacerdote mostra ai fedeli il pane eucaristico sulla patena o sul calice e li invita al banchetto di Cristo; poi insieme con loro esprime sentimenti di umiltà, servendosi delle prescritte parole evangeliche.

85. Si desidera vivamente che i fedeli, come anche il sacerdote è tenuto a fare, ricevano il Corpo del Signore con ostie consacrate nella stessa Messa e, nei casi previsti, facciano la Comunione al calice (Cf. n. 284), perché, anche per mezzo dei segni, la Comunione appaia meglio come partecipazione al sacrificio in atto73.

86. Mentre il sacerdote assume il Sacramento, si inizia il canto di Comunione: con esso si esprime, mediante l'accordo delle voci, l'unione spirituale di coloro che si comunicano, si manifesta la gioia del cuore e si pone maggiormente in luce il carattere «comunitario» della processione di coloro che si accostano a ricevere l'Eucaristia. Il canto si protrae durante la distribuzione del Sacramento ai fedeli74. Se però è previsto che dopo la Comunione si esegua un inno, il canto di Comunione s'interrompa al momento opportuno.
Si faccia in modo che anche i cantori possano ricevere agevolmente la Comunione.

87. Per il canto alla Comunione si può utilizzare o l'antifona del Graduale romanum, con o senza salmo, o l'antifona col salmo del Graduale simplex, oppure un altro canto adatto, approvato dalla Conferenza Episcopale. Può essere cantato o dalla sola schola, o dalla schola o dal cantore insieme col popolo.
Se invece non si canta, l'antifona alla Comunione proposta dal Messale può essere recitata o dai fedeli, o da alcuni di essi, o dal lettore, altrimenti dallo stesso sacerdote dopo che questi si è comunicato, prima di distribuire la Comunione ai fedeli.

88. Terminata la distribuzione della Comunione, il sacerdote e i fedeli, secondo l'opportunità, pregano per un po' di tempo in silenzio. Tutta l'assemblea può anche cantare un salmo, un altro cantico di lode o un inno.

89. Per completare la preghiera del popolo di Dio e anche per concludere tutto il rito di Comunione, il sacerdote recita l'orazione dopo la Comunione, nella quale invoca i frutti del mistero celebrato.
Nella Messa si dice una sola orazione dopo la Comunione, che termina con la conclusione breve, cioè:
- se è rivolta al Padre: Per Cristo nostro Signore;
- se è rivolta al Padre, ma verso la fine dell'orazione medesima si fa menzione del Figlio: Egli vive e regna nei secoli dei secoli;
se è rivolta al Figlio: Tu che vivi e regni nei secoli dei secoli. Il popolo fa sua l'orazione con l'acclamazione Amen.
D) RITI DI CONCLUSIONE

90. I riti di conclusione comprendono:
a) brevi avvisi, se necessari;
b) il saluto e la benedizione del sacerdote, che in alcuni giorni e in certe circostanze si può arricchire e sviluppare con l'orazione sul popolo o con un'altra formula più solenne;
c) il congedo del popolo da parte del diacono o del sacerdote, perché ognuno ritorni alle sue opere di bene lodando e benedicendo Dio;
d) il bacio dell'altare da parte del sacerdote e del diacono e poi l'inchino profondo all'altare da parte del sacerdote, del diacono e degli altri ministri.

31 Cf. CONC. ECUM. VATICANO II, Decreto sulla vita e sul ministero sacerdotale, Presbyterorum Ordinis, n. 5; Costituzione sulla sacra Liturgia, Sacrosanctum Concilium, n. 33.
38 CONC. ECUM. TRIDENTINO, Sess. XXII, Dottrina sul santissimo sacrificio della Messa, cap. l, Denz. Schönm. 1740; cf. PAOLO VI, Solenne professione di fede, 3 giugno 1968, n. 24: AAS 60 (1968) 442.
39 Cf. CONC. ECUM. VATICANO II, Costituzione sulla sacra Liturgia, Sacrosanctum Concilium, n. 7; PAOLO VI, Lett. enc. Mysterium fidei, 3 settembre 1965: AAS 57 (1965) 764; SACRA CONGREGAZIONE DEI RITI, Istruzione Eucharisticum mysterium, 25 maggio 1967, n. 9: AAS 59 (1967) 547.
40 Cf. CONC. ECUM. VATICANO II, Costituzione sulla sacra Liturgia, Sacrosanctum Concilium, n. 56; SACRA CONGREGAZIONE DEI RITI, Istruzione Eucharisticum mysterium, 25 maggio 1967, n. 3: AAS 59 (1967) 542.
41 Cf. CONC. ECUM. VATICANO II, Costituzione sulla sacra Liturgia, Sacrosanctum Concilium, n. 48, 51; Costituzione dogmatica sulla divina Rivelazione, Dei verbum, n. 21; Decreto sulla vita e sul ministero sacerdotale, Presbyterorum Ordinis, n. 4.
42 Cf. CONC. ECUM. VATICANO II, Costituzione sulla sacra Liturgia, Sacrosanctum Concilium, nn. 7, 33, 52.
43 Cf. ibidem, 33.
44 Cf. SACRA CONGREGAZIONE DEI RITI, Istruzione Musicam sacram, 5 marzo 1967, n. 14: AAS 59 (1967) 304.
45 Cf. CONC. ECUM. VATICANO II, Costituzione sulla sacra Liturgia, Sacrosanctum Concilium, nn. 26-27; SACRA CONGREGAZIONE DEI RITI, Istruzione Eucharisticum mysterium, 25 maggio 1967, n. 3: AAS 59 (1967) 542.
46 Cf. CONC. ECUM. VATICANO II, Costituzione sulla sacra Liturgia, Sacrosanctum Concilium, n. 30.
47 Cf. SACRA CONGREGAZIONE DEI RITI, Istruzione Musicam sacram, 5 marzo 1967, n. 16 a: AAS 59 (1967) 305.
48 S. AGOSTINO DI IPPONA, Sermo 336,1: PL 38, 1472.
49 Cf. SACRA CONGREGAZIONE DEI RITI, Istruzione Musicam sacram, 5 marzo 1967, nn. 7, 16: AAS 59 (1967) 302, 305.
50 Cf. CONC. ECUM. VATICANO II, Costituzione sulla sacra Liturgia, Sacrosanctum Concilium, n. 116; cf. anche il n. 30.
51 Cf. ibidem, n. 54; Cf. SACRA CONGREGAZIONE DEI RITI, Istruzione lnter oecumenici, 26 settembre 1964, n. 59: AAS 56 (1964) 891; cf. SACRA CONGREGAZIONE DEI RITI, Istruzione Musicam sacram, 5 marzo 1967, n. 47: AAS 59 (1967) 314.
52 Cf. CONC. ECUM. VATICANO II, Costituzione sulla sacra Liturgia, Sacrosanctum Concilium, n. 30, 34; cf. anche il n. 21.
53 Cf. ibidem, n. 40; CONGREGAZIONE PER IL CULTO DIVINO E LA DISCIPLINA DEI SACRAMENTI, Istruzione Varietates legitimae, 25 gennaio 1994, n. 41: AAS 87 (1995) 304.
54 Cf. CONC. ECUM. VATICANO II, Costituzione sulla sacra Liturgia, Sacrosanctum Concilium, n. 30; cf. SACRA CONGREGAZIONE DEI RITI, Istruzione Musicam sacram, 5 marzo 1967, n. 17: AAS 59 (1967) 305.
55 Cf. GIOVANNI PAOLO II, Lett. Ap. Dies Domini, 31 maggio 1998, n. 50: AAS 90 (1998) 745.
56 Cf. MESSALE ROMANO, Appendice II.
57 Cf. TERTULLIANO, Adversus Marcionem, IV, 9: CCSL 1,560; ORIGENE, Disputatio cum Heracleida, n. 4, 24: SCh 67, 62; Statuta Concilii Hipponensi Breviata, 21: CCSL 149, 39.
58 Cf. CONC. ECUM. VATICANO II, Costituzione sulla sacra Liturgia, Sacrosanctum Concilium, n. 33.
59 Cf. ibidem, n. 7.
60 MESSALE ROMANO, Lezionario, seconda edizione tipica, Introduzione, n. 28.
61 Cf. CONC. ECUM. VATICANO II, Costituzione sulla sacra Liturgia, Sacrosanctum Concilium. n. 51.
62 Cf. GIOVANNI PAOLO II, Lett. Ap. Vìcesimus quintus annus, 4 dicembre 1988, n. 13: AAS 81 (1988) 910.
63 Cf. CONC. ECUM. VATICANO II, Costituzione sulla sacra Liturgia, Sacrosanctum Concilium, n. 52; CIC, can. 767, § 1.
64 Cf. SACRA CONGREGAZIONE DEI RITI, Istruzione Inter oecumenici, 26 settembre 1964, n. 54: AAS 56 (1964) 890.
65 Cf. CIC, can. 767, § 1; PONTIFICIA COMMISSIONE PER L'INTERPRETAZIONE AUTENTICA DEL CIC, risposta al dubbio circa il can. 767, § 1: AAS 79 (1987) 1249; Istruzione interdicasteriale su alcune questioni circa la collaborazione dei fedeli laici al ministero dei sacerdoti, Ecclesiae de mysterio, 15 agosto 1997, art. 3: AAS 89 (1997) 864.
66 Cf. SACRA CONGREGAZIONE DEI RITI, Istruzione Inter oecumenici, 26 settembre 1964, n. 53: AAS 56 (1964) 890.
67 Cf. CONC. ECUM. VATICANO II, Costituzione sulla sacra Liturgia, Sacrosanctum Concilium, n. 53.
68 Cf. SACRA CONGREGAZIONE DEI RITI, Istruzione Inter oecumenici, 26 settembre 1964, n. 56: AAS 56 (1964) 890.
69 Cf. CONC. ECUM. VATICANO II, Costituzione sulla sacra Liturgia, Sacrosanctum Concilium, n. 47; SACRA CONGREGAZIONE DEI RITI, Istruzione Eucharisticum mysterium, 25 maggio 1967, nn. 3a, b: AAS 59 (1967) 540-541.
70 Cf. SACRA CONGREGAZIONE DEI RITI, Istruzione Inter oecumenici, 26 settembre 1964, n. 91: AAS 56 (1964) 898; Istruzione Eucharisticum mysterium, 25 maggio 1967, n. 24: AAS 59 (1967) 554.
71 Cf. CONC. ECUM. VATICANO II, Costituzione sulla sacra Liturgia, Sacrosanctum Concilium, n. 48; SACRA CONGREGAZIONE DEI RITI, Istruzione Eucharisticum mysterium, 25 maggio 1967, n. 12: AAS 59 (1967) 548-549.
72 Cf. CONC. ECUM. VATICANO II, Costituzione sulla sacra Liturgia, Sacrosanctum Concilium, n, 48; Decreto sulla vita e sul ministero sacerdotale, Presbyterorum Ordinis, n. 5; SACRA CONGREGAZIONE DEI RITI, Istruzione Eucharisticum mysterium, 25 maggio 1967, n. 12: AAS 59 (1967) 548-549.
73 Cf. SACRA CONGREGAZIONE DEI RITI, Istruzione Eucharisticum mysterium, 25 maggio 1967, nn. 31, 32: AAS 59 (1967) 558-559; SACRA CONGREGAZIONE PER LA DISCIPLINA DEI SACRAMENTI, Istruzione Immensae caritatis, 29 gennaio 1973, n. 2: AAS 65 (1973) 267-268.
74 Cf. SACRA CONGREGAZIONE PER I SACRAMENTI E IL CULTO DIVINO, Istruzione Inestimabile donum, 3 aprile 1980, n. 17: AAS 72 (1980) 338.

 

 

 

Capitolo III
UFFICI
E MINISTERI DELLA MESSA



91. La celebrazione eucaristica è azione di Cristo e della Chiesa, cioè del popolo santo riunito e ordinato sotto la guida del Vescovo. Perciò essa appartiene all'intero Corpo della Chiesa, lo manifesta e lo implica; i suoi singoli membri poi vi sono interessati in diverso modo, secondo la diversità degli stati, dei compiti dell'attiva partecipazione75. In questo modo il popolo cristiano, «stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato», manifesta il proprio coerente e gerarchico ordine76. Tutti perciò, sia ministri ordinati sia fedeli laici, esercitando il loro ministero o ufficio, compiano solo e tutto ciò che è di loro competenza77.


I. UFFICI DELL'ORDINE SACRO

92. Ogni legittima celebrazione dell'Eucaristia è diretta dal Vescovo, o personalmente, o per mezzo dei presbiteri suoi collaboratori78.
Quando il Vescovo è presente a una Messa con partecipazione di popolo, è molto opportuno che celebri egli stesso l'Eucaristia e che associ a sé nell' azione sacra i presbiteri, come concelebranti. Questo si fa non tanto per accrescere la solennità esteriore del rito, ma per esprimere con maggior chiarezza il mistero della Chiesa, «sacramento di unità» 79.
Se il Vescovo non celebra l'Eucaristia, ma ne affida il compito ad altri, allora è bene che lui stesso, indossati la croce pettorale, la stola e il piviale sopra il camice, presieda la Liturgia della Parola e impartisca la benedizione alla fine della Messa80.

93. Anche il presbitero, che nella Chiesa ha il potere di offrire il sacrificio nella persona di Cristo in virtù della sacra potestà dell'Ordine81, presiede il popolo fedele radunato in quel luogo e in quel momento, ne dirige la preghiera, annuncia ad esso il messaggio della salvezza, lo associa a sé nell' offerta del sacrificio a Dio Padre per Cristo nello Spirito Santo, distribuisce ai fratelli il pane della vita eterna e lo condivide con loro. Pertanto, quando celebra l'Eucaristia, deve servire Dio e il popolo con dignità e umiltà, e, nel modo di comportarsi e di pronunziare le parole divine, deve far percepire ai fedeli la presenza viva di Cristo.

94. Il diacono, in forza della sacra ordinazione ricevuta, occupa il primo posto dopo il presbitero tra coloro che esercitano un ministero nella celebrazione eucaristica. Infatti il sacro Ordine del diaconato già nella primitiva età apostolica fu tenuto in grande onore nella Chiesa82. Nella Messa il diacono ha come ufficio proprio: annunciare il Vangelo e talvolta predicare la parola di Dio, proporre ai fedeli le intenzioni della preghiera universale, servire il sacerdote, preparare l'altare e prestare servizio alla celebrazione del sacrificio, distribuire ai fedeli l'Eucaristia, specialmente sotto la specie del vino, ed eventualmente indicare al popolo i gesti e gli atteggiamenti da assumere.


II. I COMPITI DEL POPOLO DI DIO

95. I fedeli nella celebrazione della Messa formano la gente santa, il popolo che Dio si è acquistato e il sacerdozio regale, per rendere grazie a Dio, per offrire la vittima immacolata non soltanto per le mani del sacerdote ma anche insieme con lui, e per imparare a offrire se stessi83. Procurino quindi di manifestare tutto ciò con un profondo senso religioso e con la carità verso i fratelli che partecipano alla stessa celebrazione.
Evitino perciò ogni forma di individualismo e di divisione, tenendo presente che hanno un unico Padre nei cieli, e perciò tutti sono tra loro fratelli.

96. Formino invece un solo corpo, sia nell'ascoltare la parola di Dio, sia nel prendere parte alle preghiere e al canto, sia specialmente nella comune offerta del sacrificio e nella comune partecipazione alla mensa del Signore. Questa unità appare molto bene dai gesti e dagli atteggiamenti del corpo, che i fedeli compiono tutti insieme.

97. I fedeli non rifiutino di servire con gioia il popolo di Dio, ogni volta che sono pregati di prestare qualche ministero o compito particolare nella celebrazione.


III. MINISTERI PARTICOLARI

Il ministero dell' accolito e del lettore istituiti

98. L'accolito è istituito per il servizio all'altare e per aiutare il sacerdote e il diacono. A lui spetta in modo particolare preparare l'altare e i vasi sacri, e, se necessario, distribuire l'Eucaristia ai fedeli di cui è ministro straordinario84.
Nel ministero dell' altare, l'accolito ha compiti propri che egli stesso deve esercitare (Cf. nn. 187-193).

99. Il lettore è istituito per proclamare le letture della sacra Scrittura, eccetto il Vangelo; può anche proporre le intenzioni della preghiera universale e, in mancanza del salmista, proclamare il salmo interlezionale.
Nella celebrazione eucaristica il lettore ha un suo ufficio proprio (Cf. nn. 194-198), che egli stesso deve esercitare.

Gli altri compiti

100. Se manca l'accolito istituito, si possono designare, per il servizio dell' altare in aiuto al sacerdote e al diacono, altri ministri laici che portano la croce, i ceri, il turibolo, il pane, il vino, l'acqua. Essi possono essere anche incaricati per distribuire la Comunione come ministri straordinari85.

101. Se manca il lettore istituito, altri laici, che siano però adatti a svolgere questo compito e ben preparati, siano incaricati di proclamare le letture della sacra Scrittura, affinché i fedeli maturino nel loro cuore, ascoltando le letture divine, un soave e vivo amore alla sacra Scrittura86.

102. È compito del salmista proclamare il salmo o un altro canto biblico che si trova tra le letture. Per adempiere convenientemente il suo ufficio, è necessario che il salmista possegga l'arte del salmodiare e abbia una buona pronuncia e una buona dizione.

103. Tra i fedeli esercita un proprio ufficio liturgico la schola cantorum o coro, il cui compito è quello di eseguire a dovere le parti che le sono proprie, secondo i vari generi di canto, e promuovere la partecipazione attiva dei fedeli nel canto87. Quello che si dice della schola cantorum, con gli opportuni adattamenti, vale anche per gli altri musicisti, specialmente per l'organista.

104. È opportuno che vi sia un cantore o maestro di coro per dirigere e sostenere il canto del popolo. Anzi, mancando la schola, è compito del cantore guidare i diversi canti, facendo partecipare il popolo per la parte che gli spetta88.

105. Esercitano un servizio liturgico anche:
a) Il sacrista, che prepara diligentemente i libri liturgici, le vesti liturgiche e le altre cose che sono necessarie per la celebrazione della Messa.
b) Il commentatore, che, secondo l'opportunità, rivolge brevemente ai fedeli spiegazioni ed esortazioni per introdurli nella celebrazione e meglio disporli a comprenderla. Gli interventi del commentatore siano preparati con cura, siano chiari e sobri. Nel compiere il suo ufficio, il commentatore sta in un luogo adatto davanti ai fedeli, non però all' ambone.
c) Coloro che raccolgono le offerte in chiesa.
d) Coloro che, in alcune regioni, accolgono i fedeli alla porta della chiesa, li dispongono ai propri posti e ordinano i loro movimenti processionali.

106. È bene che, almeno nelle chiese cattedrali e nelle chiese maggiori, vi sia un ministro competente o maestro delle celebrazioni liturgiche, incaricato di predisporre con cura i sacri riti, e di preparare i ministri sacri e i fedeli laici a compierli con decoro, ordine e devozione.

107. I compiti liturgici, che non sono propri del sacerdote o del diacono, e di cui si è detto sopra (nn. 100-106), possono essere affidati, con la benedizione liturgica o con incarico temporaneo, anche a laici idonei, scelti dal parroco o dal rettore della chiesa89. Riguardo al compito di servire il sacerdote all'altare, si osservino le disposizioni date dal Vescovo per la sua diocesi.


IV. LA DISTRIBUZIONE DEI COMPITI E LA PREPARAZIONE DELLA CELEBRAZIONE

108. L'unico e medesimo sacerdote deve sempre esercitare l'ufficio presidenziale in tutte le sue parti, tranne ciò che è proprio della Messa in cui è presente il Vescovo (Cf. n. 92).

109. Se sono presenti più persone che possono esercitare lo stesso ministero, nulla impedisce che si distribuiscano tra loro le varie parti di uno stesso ministero o ufficio e ciascuno svolga la sua. Per esempio, un diacono può essere incaricato delle parti in canto e un altro del servizio all'altare; se vi sono più letture, converrà distribuirle tra più lettori, e così via. Non è affatto opportuno che più persone si dividano fra loro un unico elemento della celebrazione: per es. che la medesima lettura sia proclamata da due lettori, uno dopo l'altro, tranne che si tratti della Passione del Signore.

110. Se nella Messa con partecipazione di popolo vi è un solo ministro, egli compia diversi uffici.

111. La preparazione pratica di ogni celebrazione liturgica si faccia di comune e diligente intesa, secondo il Messale e gli altri libri liturgici, fra tutti coloro che sono interessati rispettivamente alla parte rituale, pastorale e musicale, sotto la direzione del rettore della chiesa e sentito anche il parere dei fedeli per quelle cose che li riguardano direttamente. Al sacerdote che presiede la celebrazione spetta però sempre il diritto di disporre ciò che a lui compete90.



75 Cf. CONC. ECUM. VATICANO II, Costituzione sulla sacra Liturgia, Sacrosanctum Concilium, n. 26.
76 Cf. ibidem, n. 14.
77 Cf. ibidem, n. 28.
78 Cf. CONC. ECUM. VATICANO II, Costituzione dogmatica sulla Chiesa, Lumen Gentium, nn.. 26, 28; Costituzione sulla sacra Liturgia, Sacrosanctum Concilium, n. 42.
79 Cf. CONC. ECUM. VATICANO II, Costituzione sulla sacra Liturgia, Sacrosanctum Concilium, n. 26.
80 Cf. Caeremoniale Episcoporum, nn. 175-186.
81 Cf. CONC. ECUM. VATICANO II, Costituzione dogmatica sulla Chiesa, Lumen Gentium, n. 28; Decreto sulla vita e sul ministero sacerdotale, Presbyterorum Ordinis, n. 2.
82 PAOLO VI, Lett. Ap. Sacrum Diaconatus Ordinem, 18 giugno 1967: AAS 59 (1967) 697-704; PONTIFICALE ROMANO, Ordinazione del Vescovo, dei Presbiteri e dei Diaconi, seconda edizione, 1992, n. 191.
83 Cf. CONC. ECUM. VATICANO II, Costituzione sulla sacra Liturgia, Sacrosanctum Concilium, n. 48; SACRA CONGREGAZIONE DEI RITI, Istruzione Eucharisticum mysterium, 25 maggio 1967, n. 12: AAS 59 (1967) 548- 549.
84 Cf. CIC, can. 910, § 2; Istruzione interdicasteriale su alcune questioni circa la collaborazione dei fedeli laici al ministero dei sacerdoti, Ecclesiae de mysterio, 15 agosto 1997, art. 8: AAS 89 (1997) 871.
85 Cf. SACRA CONGREGAZIONE PER LA DISCIPLINA DEI SACRAMENTI, Istruzione Immensae caritatis, 29 gennaio 1973, n. 1: AAS 65 (1973) 265-266; C.I.C, can. 230, § 3.
86 Cf. CONC. ECUM. VATICANO II, Costituzione sulla sacra Liturgia, Sacrosanctum Concilium, n. 24.
87 Cf. SACRA CONGREGAZIONE DEI RITI, Istruzione Musicam sacram, 5 marzo 1967, n. 19: AAS 59 (1967) 306.
88 Cf. ibidem, n. 21: AAS 59 (1967) 306-307.
89 Cf. PONTIFICIO CONSIGLIO PER L'INTERPRETAZIONE DEI TESTI LEGISLATIVI, risposta al dubbio circa il can. 230, § 2: AAS 86 (1994) 541.
90 Cf. CONC. ECUM. VATICANO II, Costituzione sulla sacra Liturgia, Sacrosanctum Concilium, n. 22.

 

 

 



Capitolo IV
DIVERSE FORME DI
CELEBRAZIONE DELLA MESSA



112. Nella Chiesa locale si deve davvero dare il primo posto, come lo richiede il suo significato, alla Messa presieduta dal Vescovo circondato dal suo presbiterio, dai diaconi e dai ministri laici91 con la partecipazione piena e attiva del popolo santo di Dio. Si ha qui infatti una speciale manifestazione della Chiesa.
Nella Messa che viene celebrata dal Vescovo, o presieduta dal Vescovo senza che celebri l'Eucaristia, si osservino le norme che si trovano nel Cerimoniale dei Vescovi92.

113. Grande importanza si deve dare anche alla Messa celebrata con una comunità, specialmente parrocchiale; essa, infatti, soprattutto nella celebrazione comunitaria della domenica, manifesta la Chiesa universale in un momento e in un luogo determinato93.


114. Tra le Messe celebrate da determinate comunità, particolare importanza ha la Messa conventuale, che è parte dell'ufficio quotidiano, come pure la Messa detta della «comunità». E, sebbene queste Messe non comportino nessuna forma particolare di celebrazione, tuttavia è quanto mai conveniente che siano celebrate con il canto e soprattutto con la piena partecipazione di tutti i membri della comunità, sia di religiosi che di canonici. In queste Messe perciò ognuno eserciti la sua funzione, secondo l'Ordine o il ministero ricevuto. Anzi, conviene che tutti i sacerdoti non tenuti a celebrare individualmente per l'utilità pastorale dei fedeli, per quanto è possibile concelebrino in queste Messe. Inoltre tutti i sacerdoti membri della comunità, tenuti a celebrare individualmente per il bene pastorale dei fedeli, possono, nello stesso giorno, concelebrare anche la Messa conventuale o di comunità94. È preferibile infatti che i presbiteri presenti alla celebrazione eucaristica, se non sono scusati da una giusta causa, esercitino normalmente il ministero del proprio Ordine e quindi partecipino come concelebranti, indossando le sacre vesti. Diversamente indossano il proprio abito corale o la cotta sopra la veste talare.


I. MESSA CON IL POPOLO

115. Per Messa con il popolo si intende quella celebrata con la partecipazione dei fedeli. Soprattutto nelle domeniche e nelle feste di precetto, conviene, per quanto è possibile, che la celebrazione si svolga con il canto e con un congruo numero di ministri95; si può fare però anche senza canto e con un solo ministro.

116. In ogni celebrazione della Messa, se è presente il diacono, compia il suo ufficio. È bene inoltre che un accolito, un lettore e un cantore assistano il sacerdote celebrante. Il rito qui sotto descritto prevede tuttavia la possibilità di usare un numero anche maggiore di ministri.


Cose da preparare

117. L'altare sia ricoperto da almeno una tovaglia bianca. In ogni celebrazione sull' altare, o accanto ad esso, si pongano almeno due candelabri con i ceri accesi, o anche quattro o sei, specialmente se si tratta della Messa domenicale o festiva di precetto; se celebra il Vescovo della diocesi, si usino sette candelabri. Inoltre, sull'altare, o vicino ad esso, si collochi la croce con l'immagine di Cristo crocifisso. I candelabri e la croce con l'immagine di Cristo crocifisso si possono portare nella processione di ingresso. Sopra l'altare si può collocare l'Evangeliario, distinto dal libro delle altre letture, a meno che non venga portato nella processione d'ingresso.

118. Si preparino pure:
a) accanto alla sede del sacerdote: il Messale e, se necessario, il libro dei canti;
b) sull'ambone: il Lezionario;
c) sopra la credenza: il calice, il corporale, il purificatoio e, secondo l'opportunità, la palla; la patena e le pissidi, se sono necessarie; il pane per la Comunione del sacerdote che presiede, dei diaconi, dei ministri e del popolo; le ampolle con il vino e l'acqua, a meno che tutte queste cose non vengano presentate dai fedeli all'offertorio; un vaso con l'acqua da benedire se si compie il rito dell' aspersione; il piattello per la Comunione dei fedeli; inoltre il necessario per lavarsi le mani.
Il calice sia lodevolmente ricoperto da un velo, che può essere o del colore del giorno o bianco.

119. In sagrestia, si preparino, secondo le varie forme di celebrazione, le vesti sacre (Cf. nn. 337-341) del sacerdote, del diacono e degli altri ministri:
a) per il sacerdote: camice, stola, casula o pianeta;
b) per il diacono: camice, stola e dalmatica; in caso però di necessità o di minor solennità, la dalmatica si può omettere;
c) per gli altri ministri: camici o altre vesti legittimamente approvate96.
Tutti coloro che indossano il camice, usino il cingolo e l' amitto, a meno che per la forma stessa del camice non siano necessari.
Quando si fa la processione d'ingresso, vengano preparati anche l'Evangeliario; nelle domeniche e nelle feste, il turibolo e la navicella con l'incenso, se si usa l'incenso; la croce da portare in processione, i candelabri con le candele accese.


A) MESSA SENZA DIACONO


Riti di introduzione

120. Quando il popolo è radunato, il sacerdote e i ministri, rivestiti delle vesti sacre, si avviano all'altare, in quest'ordine:
a) il turiferario con il turibolo fumigante, se si usa l'incenso;
b) i ministri che portano i ceri accesi e, in mezzo a loro, l'accolito o un altro ministro con la croce;
c) gli accoliti e gli altri ministri;
d) il lettore, che può portare l'Evangeliario un po' elevato, ma non il Lezionario;
e) il sacerdote che celebra la Messa.
Se si usa l'incenso, prima di incamminarsi, il sacerdote pone l'incenso nel turibolo e lo benedice con un segno di croce senza dire nulla.

121. Durante la processione all'altare, si esegue il canto d'ingresso (Cf. nn. 47-48).

122. Arrivati all'altare, il sacerdote e i ministri fanno un inchino profondo.
La croce con l'immagine di Cristo crocifisso, se portata in processione, viene collocata presso l'altare perché sia la croce dell'altare, che deve essere una soltanto, altrimenti si metta in disparte in un luogo degno. I candelabri invece si mettano sull'altare o accanto ad esso; è bene che l'Evangeliario sia collocato sull'altare.

123. Il sacerdote accede all'altare e lo venera con il bacio. Poi, secondo l'opportunità, incensa la croce e l'altare, girandogli intorno.

124. Fatto questo, il sacerdote si reca alla sede. Terminato il canto d'ingresso, tutti, sacerdote e fedeli, rimanendo in piedi, fanno il segno della croce. li sacerdote dice: Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo; il popolo risponde: Amen.
Poi, rivolto al popolo, e allargando le braccia, il sacerdote lo saluta con una delle formule proposte. Egli stesso o un altro ministro può anche introdurre brevemente i fedeli alla Messa del giorno.

125. Segue l'atto penitenziale. Poi si canta o si recita il Kyrie eleison secondo le rubriche (Cf. n. 52).

126. Nelle celebrazioni in cui è stabilito, si canta o si recita il Gloria (Cf. n. 53).

127. Quindi il sacerdote invita il popolo alla preghiera, dicendo a mani giunte: Preghiamo. E tutti insieme con il sacerdote pregano, per breve tempo, in silenzio. Poi il sacerdote, con le braccia allargate, dice la colletta; al termine di questa, il popolo acclama: Amen.


Liturgia della Parola

128. Terminata la colletta, tutti siedono. Il sacerdote in modo molto breve può introdurre i fedeli alla Liturgia della Parola. Il lettore va all' ambone e proclama la prima lettura dal Lezionario, già là collocato prima della Messa. Tutti ascoltano. Alla fine il lettore pronuncia l'acclamazione Parola di Dio e tutti rispondono Rendiamo grazie a Dio.
Quindi si può osservare, secondo l'opportunità, un breve momento di silenzio affinché tutti meditino brevemente ciò che hanno ascoltato.

129. Quindi, il salmista, o lo stesso lettore, proclama i versetti del salmo, mentre il popolo risponde abitualmente con il ritornello.

130. Se c'è una seconda lettura prima del Vangelo, il lettore la proclama dall'ambone, tutti stanno in ascolto, e alla fine rispondono con l'acclamazione come è detto sopra (n. 128). Poi, secondo l'opportunità, si può osservare un breve momento di silenzio.

131. Poi tutti si alzano e si canta l'Alleluia o un altro canto, come richiesto dal tempo liturgico (Cf. nn. 62-64).

132. Mentre si canta l'Alleluia o un altro canto, se si usa l'incenso, il sacerdote lo mette nel turibolo e lo benedice. Quindi, a mani giunte, e inchinato profondamente davanti all' altare, dice sottovoce: Purifica il mio cuore.

133. Poi, se l'Evangeliario è sull'altare, lo prende e, preceduto da ministri laici, che possono portare il turibolo e i ceri, si reca all'ambone, tenendo un po' elevato l'Evangeliario. I presenti si rivolgono verso l'ambone, per manifestare una particolare riverenza al Vangelo di Cristo.

134. All'ambone il sacerdote apre il libro e, a mani giunte, dice: Il Signore sia con voi, mentre il popolo risponde: E con il tuo spirito; quindi: Dal Vangelo secondo N., tracciando con il pollice il segno di croce sul libro e sulla propria persona, in fronte, sulla bocca e sul petto, gesto che compiono anche tutti i presenti. Il popolo acclama, dicendo: Gloria a te, o Signore. Il sacerdote, se si usa il turibolo, incensa il libro (Cf. nn. 276-277). Quindi proclama il Vangelo, concludendo con l'acclamazione: Parola del Signore, alla quale tutti rispondono: Lode a te, o Cristo. Il sacerdote bacia il libro, dicendo sottovoce: La parola del Vangelo cancelli i nostri peccati.

135. Quando manca il lettore, il sacerdote stesso proclama tutte le letture e il salmo stando all'ambone. Qui, se lo si usa, pone l'incenso nel turibolo, lo benedice e, inchinandosi profondamente, dice: Purifica il mio cuore.

136. Il sacerdote, stando alla sede o allo stesso ambone, o, secondo l'opportunità, in un altro luogo idoneo, pronuncia l'omelia, al termine della quale si può osservare un momento di silenzio.

137. Il simbolo (Credo) viene cantato o recitato dal sacerdote insieme con il popolo (Cf. n. 68), stando tutti in piedi. Alle parole: E per opera dello Spirito Santo... e si è fatto uomo, tutti si inchinano profondamente; nelle solennità dell' Annunciazione (25 marzo) e del Natale del Signore (25 dicembre) tutti genuflettono.

138. Terminato il canto o la proclamazione della professione di fede, il sacerdote stando alla sede, a mani giunte, con una breve monizione invita i fedeli alla preghiera universale. Quindi il cantore, il lettore o un altro ministro, dall' ambone o da un altro luogo conveniente, rivolto al popolo propone le intenzioni, mentre il popolo risponde supplicando. Alla fine il sacerdote, a braccia aperte, conclude la preghiera con un' orazione.


Liturgia eucaristica

139. Terminata la preghiera dei fedeli, tutti siedono e ha inizio il canto di offertorio (Cf. n. 74).
L'accolito o un altro ministro laico colloca sull' altare il corporale, il purificatoio, il calice, la palla e il Messale.

140. È bene che la partecipazione dei fedeli si manifesti con l'offerta del pane e del vino per la celebrazione dell'Eucaristia, sia di altri doni, per le necessità della Chiesa e dei poveri.
Le offerte dei fedeli sono ricevute dal sacerdote, aiutato dall' accolito o da un altro ministro. Il pane e il vino per l'Eucaristia sono consegnati al celebrante, che li depone sull'altare, mentre gli altri doni sono deposti in un altro luogo adatto (Cf. n. 73).

141. All'altare il sacerdote riceve la patena con il pane, e tenendola con entrambe le mani un po' sollevata sull' altare, dice sottovoce: Benedetto sei tu, Signore. Quindi depone la patena con il pane sopra il corporale.

142. Poi il sacerdote, stando a lato dell'altare, dalle ampolline presentate dal ministro, versa il vino e un po' d'acqua nel calice, dicendo sottovoce: L'acqua unita al vino. Ritornato al centro dell'altare, prende il calice e, tenendolo un po' sollevato con entrambe le mani, dice sottovoce: Benedetto sei tu, Signore; quindi depone il calice sul corporale e, se occorre, lo copre con la palla.
Se non si fa il canto all' offertorio o non si suona l'organo, il sacerdote, nella presentazione del pane e del vino, può dire ad alta voce le formule della benedizione, alle quali il popolo risponde: Benedetto nei secoli il Signore.

143. Deposto il calice sull' altare, il sacerdote, inchinandosi profondamente, dice sottovoce: Umili e pentiti.

144. Se si usa l'incenso, il sacerdote lo infonde nel turibolo, lo benedice senza nulla dire e incensa le offerte, la croce e l'altare. Il ministro, stando a lato dell' altare, incensa il celebrante, poi il popolo.

145. Dopo la preghiera Umili e pentiti, oppure dopo l'incensazione, il sacerdote, stando a lato dell'altare, si lava le mani con l'acqua versatagli dal ministro, dicendo sottovoce: Lavami, Signore, da ogni colpa.

146. Ritornato al centro dell'altare, il sacerdote, rivolto al popolo, allargando e ricongiungendo le mani, lo invita a pregare dicendo: Pregate, fratelli. Il popolo si alza e risponde: Il Signore riceva. Dopo la risposta del popolo, il sacerdote, con le braccia allargate, dice l'orazione sopra le offerte. Al termine, il popolo acclama: Amen.

147. Quindi il sacerdote inizia la Preghiera eucaristica. Secondo le rubriche (Cf. n. 365) ne sceglie una fra quelle che si trovano nel Messale Romano o che sono approvate dalla Santa Sede. La Preghiera eucaristica esige, per sua natura, di essere pronunciata dal solo sacerdote, in forza dell' ordinazione. Il popolo invece si associ al sacerdote con fede e in silenzio, ed anche con gli interventi stabiliti nel corso della Preghiera eucaristica, quali sono le risposte nel dialogo del Prefazio, il Santo, l'acclamazione dopo la consacrazione e l'Amen dopo la dossologia finale, ed altre acclamazioni approvate dalla Conferenza Episcopale e confermate dalla Santa Sede.
È assai conveniente che il sacerdote canti le parti della Preghiera eucaristica che sono indicate in musica.

148. Il sacerdote, quando inizia la Preghiera eucaristica, allargando le braccia, canta o dice: Il Signore sia con voi; mentre il popolo risponde: E con il tuo spirito. Prosegue: In alto i nostri cuori, e intanto innalza le mani. Il popolo risponde: Sono rivolti al Signore. Poi il sacerdote, con le braccia aperte, soggiunge: Rendiamo grazie al Signore, nostro Dio, e il popolo risponde: È cosa buona e giusta. Poi il sacerdote, con le braccia allargate, continua il prefazio; al termine di esso, a mani giunte, canta o dice ad alta voce, insieme con tutti i presenti: Santo (Cf. n. 79 b).

149. Il sacerdote prosegue la Preghiera eucaristica, secondo le rubriche indicate in ogni formulario della Preghiera stessa.
Se il celebrante è un Vescovo, nelle Preghiere, dopo le parole: il nostro Papa N. soggiunge: me, indegno tuo servo. O dopo le parole: del nostro Papa N., aggiunge: di me indegno tuo servo. Se invece il Vescovo celebra fuori della sua Diocesi, dopo le parole: il nostro Papa N. aggiunge: e me indegno tuo servo, e il mio fratello N., Vescovo di questa Chiesa N., o dopo le parole: del nostro Papa N., aggiunge: di me indegno tuo servo, e del mio fratello N., Vescovo di questa Chiesa N.
Il Vescovo diocesano o colui che è ad esso equiparato a norma del diritto, si deve nominare con questa formula: con il tuo servo il nostro Papa N. e il nostro Vescovo (o Vicario, Prelato, Prefetto, Abate) N.
Nella Preghiera eucaristica è permesso nominare i Vescovi Coadiutori e Ausiliari, non invece altri Vescovi eventualmente presenti. Quando si dovessero fare più nomi, si dice con formula generale: e con il nostro Vescovo N. e i Vescovi suoi collaboratori.
In ogni Preghiera eucaristica tali formule si devono adattare, secondo le esigenze grammaticali.

150. Poco prima della consacrazione, il ministro, se è opportuno, avverte i fedeli con un segno di campanello. Così pure suona il campanello alla presentazione al popolo dell' ostia consacrata e del calice secondo le consuetudini locali.
Se si usa l'incenso, quando, dopo la consacrazione, si mostrano al popolo l'ostia e il calice, il ministro li incensa.

151. Dopo la consacrazione, il sacerdote dice: Mistero della fede e il popolo risponde con un'acclamazione, scegliendo una formula fra quelle prescritte.
Al termine della Preghiera eucaristica, il sacerdote, prendendo la patena con l'ostia insieme al calice, ed elevandoli entrambi, pronuncia, lui solo, la dossologia: Per Cristo. Il popolo al termine acclama: Amen. Poi il sacerdote depone sopra il corporale la patena e il calice.

152. Conclusa la Preghiera eucaristica, il sacerdote, a mani giunte, dice la monizione che precede l'orazione del Signore e recita poi il Padre nostro, con le braccia allargate, insieme con il popolo.

153. Al termine del Padre nostro, il sacerdote, con le braccia allargate, dice da solo l'embolismo Liberaci, o Signore, dopo il quale il popolo acclama: Tuo è il regno.

154. Quindi il sacerdote, con le braccia allargate, dice ad alta voce la preghiera: Signore Gesù Cristo; terminata la preghiera, allargando e ricongiungendo le mani, annuncia la pace, dicendo verso il popolo: La pace del Signore sia sempre con voi. li popolo risponde: E con il tuo spirito. Poi, secondo l'opportunità, il sacerdote soggiunge: Scambiatevi il dono della pace.
Il sacerdote può dare la pace ai ministri, rimanendo tuttavia sempre nel presbiterio, per non disturbare la celebrazione. Così ugualmente faccia se, per qualche buon motivo, vuol dare la pace ad alcuni fedeli. Tutti però, secondo quanto è stabilito dalla Conferenza Episcopale, si manifestano reciprocamente pace, comunione e carità. Quando si dà la pace, si può dire: La pace del Signore sia sempre con te, a cui si risponde: Amen.

155. Il sacerdote prende l'ostia, la spezza sopra la patena e ne mette una particella nel calice, dicendo sottovoce: Il Corpo e il Sangue... uniti in questo calice. Intanto la schola e il popolo cantano o dicono: Agnello di Dio (Cf. n. 83).

156. Quindi il sacerdote dice sottovoce e con le mani giunte la preghiera alla Comunione: Signore Gesù Cristo, Figlio del Dio vivo, oppure La Comunione con il tuo Corpo.

157. Terminata la preghiera, il sacerdote genuflette, prende l'ostia consacrata nella stessa Messa e, tenendola alquanto sollevata sopra la patena o sopra il calice, rivolto al popolo, dice: Ecco l'Agnello di Dio, e, insieme con il popolo, prosegue: O Signore, non sono degno.

158. Poi, rivolto all'altare, il sacerdote dice sottovoce: Il Corpo di Cristo mi custodisca per la vita eterna, e con riverenza si ciba del Corpo di Cristo. Quindi prende il calice, dicendo sottovoce: Il Sangue di Cristo mi custodisca per la vita eterna, e con riverenza beve il Sangue di Cristo.

159. Mentre il sacerdote si comunica, si inizia il canto alla Comunione (Cf. n. 86).

160. Poi il sacerdote prende la patena o la pisside e si reca dai comunicandi, che normalmente si avvicinano processionalmente.
Non è permesso ai fedeli prendere da se stessi il pane consacrato o il sacro calice, tanto meno passarselo di mano in mano. I fedeli si comunicano in ginocchio o in piedi, come stabilito dalla Conferenza Episcopale. Quando però si comunicano stando in piedi, si raccomanda che, prima di ricevere il Sacramento, facciano la debita riverenza, da stabilire dalle stesse norme.

161. Se la Comunione si fa sotto la sola specie del pane, il sacerdote eleva alquanto l'ostia e la presenta a ciascuno dicendo: Il Corpo di Cristo. Il comunicando risponde: Amen, e riceve il sacramento in bocca o, nei luoghi in cui è stato permesso, sulla mano, come preferisce. Il comunicando, appena ha ricevuto l'ostia sacra, la consuma totalmente.
Se invece la Comunione si fa sotto le due specie si segue il rito descritto a suo luogo (Cf. nn. 284-287).

162. Nel caso siano presenti altri presbiteri, essi possono aiutare il sacerdote nella distribuzione della Comunione. Se non ve ne sono a disposizione e il numero dei comunicandi è molto grande, il sacerdote può chiamare in aiuto ministri straordinari, cioè l'accolito istituito, o anche altri fedeli a ciò deputati secondo il diritto97. In caso di necessità, il sacerdote può incaricare volta per volta fedeli idonei98.
Questi ministri non salgano all'altare prima che il sacerdote abbia fatto la Comunione e ricevano sempre dalla mano del sacerdote il vaso in cui si custodiscono le specie della Ss.ma Eucaristia da distribuire ai fedeli.

163. Terminata la distribuzione della Comunione, il sacerdote all'altare consuma subito e totalmente il vino consacrato rimasto; invece le ostie consacrate, che sono avanzate, o le consuma all' altare o le porta al luogo destinato alla conservazione dell 'Eucaristia.
Il sacerdote, ritornato all'altare, raccoglie i frammenti, se ce ne fossero; poi, stando all' altare o alla credenza, purifica la patena o la pisside sopra il calice, purifica poi il calice dicendo sottovoce: Il sacramento ricevuto, e lo asterge con il purificatoio. Se i vasi sacri sono stati astersi all'altare, il ministro li porta alla credenza. I vasi sacri da purificare, soprattutto se fossero molti, si possono anche lasciare, opportunamente ricoperti, sull'altare o alla credenza, sopra il corporale; la purificazione si compie subito dopo la Messa, una volta congedato il popolo.

164. Compiuta la purificazione, il sacerdote può ritornare alla sede. Si può osservare, per un tempo conveniente, il sacro silenzio, oppure cantare un salmo, un altro canto di lode o un inno (Cf. n. 88).

165. Poi, stando alla sede o all'altare, il sacerdote, rivolto al popolo, dice a mani giunte: Preghiamo, e, a braccia allargate, dice l'orazione dopo la Comunione, alla quale può premettere una breve pausa di silenzio, a meno che sia già stato osservato subito dopo la Comunione. Al termine dell' orazione il popolo acclama: Amen.


Riti di conclusione

166. Detta l'orazione dopo la Comunione, si possono dare, se occorre, brevi comunicazioni al popolo.

167. Poi il sacerdote, allargando le braccia, saluta il popolo, dicendo: Il Signore sia con voi; il popolo risponde: E con il tuo spirito. Il sacerdote congiunge ancora le mani e subito, tenendo la mano sinistra sul petto e alzando la destra, soggiunge: Vi benedica Dio onnipotente, e, tracciando il segno di croce sopra il popolo, prosegue: Padre e Figlio e Spirito Santo. Tutti rispondono: Amen.
In giorni e circostanze particolari, questa benedizione, secondo le rubriche, viene espressa e arricchita con l'orazione sul popolo o con un'altra formula più solenne.
Il Vescovo benedice il popolo secondo la formula a lui propria, tracciando tre volte il segno di croce99.

168. Subito dopo la benedizione, il sacerdote, a mani giunte, aggiunge: La Messa è finita: andate in pace; e tutti rispondono: Rendiamo grazie a Dio.

169. Infine il sacerdote venera l'altare con il bacio e, fatto un profondo inchino all'altare insieme con i ministri laici, con loro si ritira.

170. Se alla Messa segue un' altra azione liturgica, si tralasciano i riti di conclusione, cioè il saluto, la benedizione e il congedo.


B) MESSA CON IL DIACONO

171. Il diacono, quando è presente alla celebrazione eucaristica, rivestito delle sacre vesti, eserciti il suo ministero. Egli infatti:
a) sta accanto al sacerdote e lo aiuta;
b) all'altare, svolge il suo servizio al calice e al libro;
c) proclama il Vangelo e può, per incarico del sacerdote celebrante, tenere l'omelia (Cf. n. 66);
d) guida il popolo dei fedeli con opportune monizioni ed enuncia le intenzioni della preghiera universale;
e) aiuta il sacerdote celebrante nella distribuzione della Comunione, purifica e ripone i vasi sacri;
f) compie lui stesso gli uffici degli altri ministri, secondo la necessità, quando nessuno di essi è presente.


Riti di introduzione

172. Il diacono precede il sacerdote nella processione verso l'altare portando l'Evangeliario un po' elevato; altrimenti incede al suo fianco.

173. Il diacono, se porta l'Evangeliario, quando è giunto all'altare, vi si accosta, omettendo la reverenza. Quindi, deposto l'Evangeliario sull'altare, insieme con il sacerdote venera l'altare con il bacio.
Se invece non porta l'Evangeliario, fa con il sacerdote nel modo consueto un profondo inchino all'altare e con lui lo venera con il bacio.
Infine, se si usa l'incenso, assiste il sacerdote nell'infusione dell'incenso nel turibolo e nella incensazione della croce e dell' altare.

174. Incensato l'altare, insieme con il sacerdote si reca alla sede; qui rimane accanto al sacerdote, prestando gli servizio secondo le necessità.


Liturgia della Parola

175. Mentre si canta l'Alleluia o un altro canto, se si usa il turibolo, aiuta il sacerdote nell'infusione dell'incenso, quindi, inchinandosi profondamente dinanzi al sacerdote, chiede la benedizione dicendo a bassa voce: Benedicimi, o padre. Il sacerdote lo benedice con la formula: Il Signore sia nel tuo cuore. Il diacono si segna con il segno di croce e risponde: Amen. Poi, fatta la debita riverenza all'altare, prende l'Evangeliario che vi è stato collocato sopra e va all'ambone, portando il libro un po' elevato; lo precedono il turiferario con il turibolo fumigante e i ministri con i ceri accesi. Qui saluta il popolo dicendo, a mani giunte, Il Signore sia con voi, quindi, alle parole Dal Vangelo secondo N., con il pollice segna il libro e poi se stesso sulla fronte, sulla bocca e sul petto, incensa il libro e proclama il Vangelo. Terminata la lettura, acclama: Parola del Signore; tutti rispondono: Lode a te, o Cristo. Quindi venera il libro con il bacio, dicendo sottovoce: La parola del Vangelo, e ritorna presso il sacerdote.
Quando il diacono serve il Vescovo, gli porta il libro da baciare o lui stesso lo bacia, dicendo sottovoce: La parola del Vangelo. Nelle celebrazioni più solenni il Vescovo, secondo l'opportunità, imparte al popolo la benedizione con l'Evangeliario.
L'Evangeliario infine può essere portato alla credenza o in altro luogo adatto e degno.

176. Se manca un altro lettore idoneo, il diacono proclami anche le altre letture.

177. Alla preghiera dei fedeli, dopo l'introduzione del sacerdote, il diacono propone le varie intenzioni, stando abitualmente all'ambone.


Liturgia eucaristica

178. Terminata la preghiera universale, mentre il sacerdote rimane alla sede, il diacono prepara l'altare con l'aiuto dell'accolito; spetta a lui la cura dei vasi sacri. Sta accanto al sacerdote e lo aiuta nel ricevere i doni del popolo. Presenta al sacerdote la patena con il pane da consacrare; versa il vino e un po' d'acqua nel calice, dicendo sottovoce: L'acqua unita al vino, e lo presenta poi al sacerdote. Questa preparazione del calice, la può fare alla credenza. Se si usa l'incenso, assiste il sacerdote nell'incensazione delle offerte, della croce e dell'altare, poi lui stesso, o l'accolito, incensa il sacerdote e il popolo.

179. Durante la Preghiera eucaristica, il diacono sta accanto al sacerdote, ma un po' indietro, per attendere, quando occorre, al calice e al Messale.
Quindi dall'epiclesi fino all' ostensione del calice il diacono abitualmente sta in ginocchio. Se sono presenti più diaconi, uno di essi, al momento della consacrazione, può mettere l'incenso nel turibolo e incensare durante l' ostensione dell' ostia e del calice.

180. Alla dossologia finale della Preghiera eucaristica, stando accanto al sacerdote, tiene sollevato il calice, mentre il sacerdote eleva la patena con l'ostia, finché il popolo non abbia acclamato l'Amen.

181. Dopo che il sacerdote ha detto la preghiera per la pace e rivolto l'augurio: La pace del Signore sia sempre con voi, al quale il popolo risponde: E con il tuo spirito, il diacono, secondo l'opportunità, invita a darsi scambievolmente la pace, dicendo, a mani giunte e rivolto verso il popolo: Scambiatevi il dono della pace. Riceve dal sacerdote la pace, e la può dare agli altri ministri a lui più vicini.

182. Dopo che il sacerdote si è comunicato, il diacono riceve la Comunione sotto le due specie dallo stesso sacerdote, quindi aiuta il sacerdote a distribuire la Comunione al popolo. Se la Comunione viene distribuita sotto le due specie, porge il calice a quanti si comunicano; poi, terminata la distribuzione, all'altare devotamente consuma subito il Sangue di Cristo che è rimasto, con l'aiuto, se il caso lo richiede, degli altri diaconi e presbiteri.

183. Terminata la distribuzione della Comunione, il diacono ritorna all'altare con il sacerdote, raccoglie i frammenti, se ve ne fossero, quindi porta alla credenza il calice e gli altri vasi sacri, dove li purifica e riordina, come di norma, mentre il sacerdote ritorna alla sede. I vasi sacri da purificare si possono anche lasciare opportunamente ricoperti alla credenza, sopra il corporale; la purificazione si compia subito dopo la Messa, una volta congedato il popolo.


Riti di conclusione

184. Detta l'orazione dopo la Comunione, il diacono dà al popolo brevi comunicazioni, a meno che il sacerdote preferisca darle personalmente.

185. Se si usa l'orazione sul popolo o la formula della benedizione solenne, il diacono dice: Inchinatevi per la benedizione. Dopo la benedizione del sacerdote, il diacono congeda il popolo dicendo, a mani giunte e rivolto verso il popolo: La Messa è finita andate in pace. Tutti rispondono: Rendiamo grazie a Dio.

186. Quindi, insieme con il sacerdote, venera l'altare con il bacio e, fatto un profondo inchino, ritorna allo stesso modo come era venuto.


C) COMPITI DELL'ACCOLITO

187. I compiti che l'accolito può svolgere sono di vario genere; molti di essi si possono presentare contemporaneamente. Conviene quindi distribuire i vari compiti tra più accoliti; se però è presente un solo accolito, svolga lui stesso gli uffici più importanti, e gli altri vengano distribuiti tra più ministri.


Riti iniziali

188. Nella processione all'altare, l'accolito può portare la croce, affiancato da due ministri con i ceri accesi. Giunto all'altare, colloca la croce presso l'altare, affinché sia la croce dell' altare, altrimenti la ripone in un luogo degno. Quindi va al suo posto in presbiterio.

189. Durante l'intera celebrazione, è compito dell'accolito accostarsi, all'occorrenza, al sacerdote o al diacono per presentare loro il libro o per aiutarli in tutto ciò che è necessario. Conviene pertanto che, per quanto possibile, occupi un posto dal quale possa svolgere comodamente il suo compito, sia alla sede che all'altare.


Liturgia eucaristica

190. In assenza del diacono, terminata la preghiera universale, mentre il sacerdote rimane alla sede, l'accolito dispone sull'altare il corporale, il purificatoio, il calice, la palla e il Messale. Quindi, se necessario, aiuta il sacerdote nel ricevere i doni del popolo e, secondo l'opportunità, porta all'altare il pane e il vino e li consegna al sacerdote. Se si usa l'incenso, presenta il turibolo al sacerdote, e lo assiste poi nell'incensazione delle offerte, della croce e dell'altare. Quindi incensa il sacerdote e il popolo.

191. L'accolito istituito, se necessario, può, come ministro straordinario, aiutare il sacerdote nella distribuzione della Comunione al popolo100. Se si fa la Comunione sotto le due specie, in assenza del diacono, l'accolito presenta il calice ai comunicandi, o tiene lui stesso il calice, se la Comunione si dà per intinzione.

192. L'accolito istituito, terminata la distribuzione della Comunione, aiuta il sacerdote o il diaco